di Mario Ghirardi
Dopo quattordici anni di chiusura, il Museo Nazionale di Tripoli riapre al pubblico. Circa quaranta sale raccontano la storia della Libia dalle origini al periodo ottomano, attraverso reperti provenienti da scavi archeologici condotti nell’arco di oltre un secolo.
Diecimila metri quadrati di esposizione divisi su quattro piani per una quarantina di sale totali, che narrano la storia della Libia dalle origini sino al periodo ottomano attraverso reperti provenienti dagli scavi archeologici compiuti nell’arco di un secolo nei siti archeologici di Cirene, Leptis Magna e Sabratha, oggetti d’epoca ottomana, manoscritti, nonché apparati multimediali, schermi interattivi e ricostruzioni virtuali. Si è riaperto nei giorni scorsi dopo 14 anni, con questo nuovo allestimento frutto di due anni di lavori, il Museo Nazionale di Tripoli, grazie al recupero della centralissima fortezza di As Saraya Al Hamra, conosciuta anche come Castello Rosso, sua sede storica.
La riapertura costituisce un vanto per il Gnu, il Governo di Unità Nazionale, da quattro anni guidato dal Primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, che controlla col sostegno internazionale dell’Onu la capitale Tripoli ed il nord ovest del Paese, spartendosi il territorio, che fu sino al 2011 dominio unico di Gheddafi, a metà con il generale Khalifa Haftar, che invece governa sulla Cirenaica ed è molto vicino politicamente ad Egitto e Turchia.

Dbeibah ha cavalcato con molta enfasi, invitando ministri ed ambasciatori, il riallestimento del museo che vuole simbolo della memoria storica della Nazione tutta, mettendo in cantiere il giorno dell’inaugurazione collegamenti diretti multimediali con Roma, Londra, Parigi e capitali arabe, per affermare la consapevolezza del suo governo sull’importanza del patrimonio culturale libico e della sua civiltà, da utilizzare in primo luogo per l’educazione delle giovani generazioni. Al suo discorso è seguito su toni simili quello della direttrice del museo Fatima Abdullah Ahmed, che ne ha sottolineato il ruolo fondamentale per far conoscere la storia del Paese, terra ambita da greci e romani prima e dagli islamici poi, aggiungendo che non era così scontato preservare le memorie antiche attraverso questi ultimi anni così turbolenti, segnati da guerre e rivolte. Insomma la riapertura del museo è stata anche presentata come frutto della capacità della Libia di rialzare la testa con sforzi enormi per ritornare ad avere un ruolo nella storia e nella cultura nord africana.
Forse non a caso in estate si erano celebrati con rilievo i 110 anni dall’avvio degli scavi archeologici sistematici compiuti in collaborazione con gli italiani, i primi a portare alla luce quelle ricchezze d’arte sino ad allora sconosciute, allestendo un convegno di specialisti dedicato al tema. Oggi il discorso deve infatti necessariamente allargarsi, oltre alle campagne di scavi, anche ad altri aspetti altrettanto importanti, quali il contrasto ai traffici clandestini di opere d’arte ed alla formazione di banche dati elettroniche, da gestirsi in maniera coordinata tra i governi e con un incremento degli investimenti economici attuali. Le necessità sono tantissime, viste le innumerevoli zone archeologiche da tutelare anche dai sempre più invasivi cambiamenti climatici, come quello che due anni fa mise in ginocchio il Paese con il crollo di due dighe e le conseguenti migliaia di vittime. La devastazione compiuta dall’urugano Daniel nel ’23 infatti non risparmiò i siti storici, in particolare quelli di Apollonia, Derna e Cirene, dove le Università italiane operano da decenni in collaborazione con i locali e dove hanno poi dovuto in quella occasione effettuare investimenti straordinari.
Del resto le difficoltà di preservare i siti archeologici in questo contesto di turbolenze non è sfuggito certo all’Unesco che, dopo averli dichiarati Patrimonio dell’Umanità, allo stesso tempo da decenni li ha inseriti nell’apposita lista di siti in pericolo ed ancora è lontana dal considerarli pienamente tutelati.

Tornando al museo, nato nel 1939 sotto la dominazione italiana, vi si devono ammirare con particolare attenzione la statua dell’imperatore Settimio Severo, che nacque a Leptis Magna nel 145 d.c. e che fu il primo monarca romano originario del Nord Africa, l’elegantissima e celebre Venere Capitolina copia romana della Venere di Fidia, il Diaudomenos, anch’esso copia romana, questa volta dall’originale greco di Policleto, la testa di Medusa, innumerevoli mosaici tra cui quelli del Gladiatore e delle ‘Quattro stagioni’, tutti provenienti da scavi locali, busti e teste marmorei d’epoca romana, urne cinerarie, ceramiche, vetri, capitelli, manoscritti, oggetti islamici e preistorici e due mummie di rilievo, quella detta di Uan Muhuggiag e quella di Al Jaghbub, nonché il tempietto funerario in pietra con ricche decorazioni, proveniente da Ghirza, città del deserto.
La disposizione degli oggetti nelle sale segue un ordine cronologico, dalla preistoria all’epoca ottomana, in linea con l’assunto espresso dal Primo ministro, affinché, lo ripetiamo, sia chiaro il ruolo centrale che deve assumere il museo per far riscoprire la memoria storica della Libia, unitamente a rafforzarne l’attività turistica, insieme alla ricerca scientifica. Insomma, un ‘ritorno alla casa della civiltà libica, testimonianza ulteriore del fatto che la Nazione costruisce le sue istituzioni con fiducia e ne colloca la memoria nel posto giusto’, un messaggio che evidentemente è anche molto politico, oltre che culturale.



