Nove anni fa, il Primo Marzo

di Stefania Ragusa

Nove anni fa, il Primo Marzo, lo sciopero degli stranieri, dove con la parola “straniero” si sottolineava l’estraneità rispetto a un sistema che non riconosceva a tutte le persone gli stessi diritti e assumeva come elemento strutturale lo sfruttamento del lavoro migrante. In tutta Italia scesero in piazza decine di migliaia di persone. Autoctoni e immigrati uniti dalla stessa battaglia di civiltà, scrivevamo e dichiaravamo, convinti che si potesse attraversare davvero la barriera porosa del “noi” e “loro”, che la Bossi-Fini e l’orribile decreto sicurezza avrebbero potuto essere cancellati dall’evidenza logica e morale delle nostre argomentazioni e che i politici non avrebbero che potuto dar seguito alle loro promesse, a partire dal riconoscimento dello ius soli.
Attenzione, dicevamo, la storia insegna che ciò che uno stato speri
menta oggi sulla pelle dei migranti, domani lo farà ai propri cittadini. Attenzione, i diritti o sono per tutti o non sono per nessuno e, se i migranti presenti oggi in Italia incrociassero le braccia anche solo per un giorno, sarebbe la paralisi…

Da allora sembra passato un secolo e non meno di un decennio. Non qualcosa ma molte, troppe cose sono andate storte, se oggi ci troviamo a discutere non sui diritti, di migranti e non, ma sull’opportunità di lasciare affogare un po’ di gente in mare, se l’oggetto del contendere è alla fine il grado di umanità di queste persone, se abbiano o meno titolo per essere considerati esseri umani. E intanto i diritti, intorno a noi, sono saltati per tutti, soffocati dai giustificati motivi oggettivi e da un’organizzazione del mondo del lavoro sempre più indecente. 

Non è distopia ma un disastro sociale e morale senza precedenti e in atto. Spero con tutto il cuore che la manifestazione di domani smuova qualcosa, e non solo nell’agenda politica.
La storia insegna che quello che uno stato sperimenta oggi sulla pelle dei migranti domani lo farà ai propri cittadini. Se questa affermazione è vera, e lo è, stiamo andando a grandi passi verso un futuro in cui a ciascuno – in base al censo, al colore o al numero di followers – sarà chiesto di dimostrare e giustificare la propria umanità.

(Stefania Ragusa)

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