Un nuovo rapporto del Wwf fotografa un declino della biodiversità africana superiore alla media mondiale. Distruzione degli habitat, bracconaggio e cambiamenti climatici tra le principali minacce. Ma le esperienze di conservazione dimostrano che invertire la rotta è possibile
di Valentina Giulia Milani
La fauna selvatica africana sta attraversando una crisi profonda, ma non irreversibile. Dal 1970, le popolazioni di animali monitorate nel continente hanno subito una diminuzione media dell’80%, contro il 73% registrato a livello mondiale. A lanciare l’allarme è il Rapporto Pianeta Vivente 2026: la scienza della speranza (Living Planet Report 2026: The Science of Hope) del Fondo mondiale per la natura (Wwf), pubblicato nei giorni scorsi, che documenta la crescente pressione sugli ecosistemi e richiama l’urgenza di interventi per arrestare la perdita di biodiversità.
Il documento si basa sul Living Planet Index, elaborato dalla Società zoologica di Londra in collaborazione con il Wwf, che analizza l’andamento di 35.803 popolazioni appartenenti a 5.790 specie di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili nel mondo. Il dato africano non significa che sia scomparso l’80% degli animali selvatici del continente, né che una percentuale equivalente di specie sia in declino: misura la variazione media delle dimensioni delle popolazioni osservate.
La principale minaccia individuata dal rapporto è la distruzione e il degrado degli habitat naturali, ai quali si aggiungono lo sfruttamento eccessivo delle risorse, i cambiamenti climatici, l’inquinamento, le malattie e la diffusione di specie invasive. Nel bacino del Congo, l’espansione agricola, le attività forestali e minerarie e la costruzione di infrastrutture contribuiscono alla frammentazione delle foreste, facilitando anche l’accesso dei bracconieri ad aree precedentemente isolate.
Tra le specie maggiormente colpite figurano gli elefanti africani, le cui popolazioni sono diminuite di oltre il 60% negli ultimi decenni, soprattutto a causa della perdita degli habitat e dell’uccisione illegale per il commercio dell’avorio.
Il Wwf sottolinea tuttavia che il declino può essere contrastato attraverso interventi di conservazione prolungati nel tempo. Alcune popolazioni di elefanti nell’Africa australe sono in aumento, mentre nel bacino del Congo sono stati osservati segnali di stabilizzazione o ripresa di alcune popolazioni di gorilla, grazie anche a programmi di gestione che coinvolgono le comunità locali.
Secondo il rapporto, la partecipazione delle popolazioni residenti alla tutela della biodiversità è una condizione essenziale per ottenere risultati duraturi. La protezione delle specie e il ripristino degli ecosistemi risultano più efficaci quando le comunità dispongono di diritti riconosciuti sulle terre e sulle risorse naturali e possono beneficiare direttamente della loro conservazione.
Gli interventi mirati, tuttavia, non sono sufficienti a invertire il declino complessivo della biodiversità. Il Wwf chiede una trasformazione dei sistemi alimentari, energetici e finanziari, considerati tra i principali fattori della pressione esercitata sugli ecosistemi. In particolare, indica la necessità di ridurre la conversione degli habitat naturali in terreni agricoli, accelerare l’abbandono dei combustibili fossili e orientare gli investimenti verso attività sostenibili.
Il rapporto individua nella crescita delle energie rinnovabili e nella diffusione dei veicoli elettrici esempi della rapidità con cui possono avvenire trasformazioni economiche su larga scala. Un cambiamento analogo, sostiene l’organizzazione, è necessario nella produzione alimentare e nella finanza, per evitare che i progressi ottenuti nella protezione delle singole specie vengano compromessi dal continuo deterioramento degli ambienti naturali.



