di Marco Aime
L’idea di una suddivisione in “tribù” contrapposte è una costruzione coloniale che continua a condizionare la nostra visione del continente. In realtà, le identità africane sono frutto di secolari intrecci, migrazioni e scambi. Parlare di “guerre tribali” significa ignorare la complessità storica, politica e culturale dell’Africa reale
«Mi chiamo Birahima e sono un p’tit nègre. Non perché sono nero e bambino. No! Sono p’tit nègre perché parlo male il francese». Inizia così Allah non è mica obbligato, il romanzo dello scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma. A parlare è un bambino-soldato precipitato nelle guerre civili di Liberia e Sierra Leone, dove ogni atrocità è giustificata dalla “guerra tribale”. L’ironia feroce di Kourouma diventa sarcasmo nella bocca del protagonista, e smaschera l’assurdità di un’etichetta con cui gli occidentali definiscono da sempre i conflitti africani.
Il termine “tribalismo” rimanda a un mondo primitivo, immerso in superstizioni e culti arcaici, un’Africa oscura e immobile nell’immaginario collettivo. Un continente dove tutto è legato alla tradizione, alla parentela, all’origine comune. Ma questa visione, ereditata dall’antropologia coloniale, è ingannevole. La storia africana è un intreccio di incontri, fusioni e mescolanze che smentisce l’idea di popoli “puri” o autoctoni. Parlare di etnie come gruppi omogenei significa ignorare secoli di mobilità e scambi.
La logica classificatoria occidentale ha spinto a ordinare l’Africa in categorie nette, dividendo e nominando popoli per renderli comprensibili – e controllabili. Lo ha riconosciuto Jean-Loup Amselle: «Attorno all’idea secondo la quale le diverse società umane sono specie o pezzi da museo da classificare e comparare, si trova ancora oggi d’accordo la maggior parte degli antropologi». In realtà, i gruppi etnici si definiscono più per il senso di appartenenza, la lingua comune, il legame con un territorio e la funzione sociale che non per l’origine o il sangue.

Già nel 1961 Paul Mercier notava la difficoltà di classificare: «Il gruppo etnico è stato presentato come un gruppo chiuso, discendente da un antenato comune, con cultura e lingua omogenee». Ma, aggiungeva, pochi si sono fermati a descrivere davvero cosa sia un’etnia. Sigfried Nadel sintetizzò con una tautologia divenuta celebre: «La tribù è un’unità sociale i cui membri affermano di formare un’unità sociale». Una definizione che, nella sua apparente banalità, rivela l’essenza mutevole dell’identità: i confini non sono dati, ma costruiti e continuamente ridisegnati.
Col tempo, gli antropologi hanno spostato l’accento sul carattere politico dell’etnia, abbandonando l’idea di gruppi omogenei per origine. I processi di fusione, separazione e inglobamento tra popolazioni africane precedono il colonialismo e proseguono tuttora. Attribuire all’Europa tutte le trasformazioni sarebbe riduttivo. Eppure, il dominio coloniale ha cristallizzato identità fluide, imponendo confini e amministrazioni che hanno congelato una realtà in movimento. La “pace coloniale” ha irrigidito le appartenenze, producendo un concetto di etnia utile ai censimenti e al controllo, ma fuorviante per la comprensione.
L’ansia di classificare e comparare, alla base dell’antropologia coloniale, ha creato categorie astratte che non corrispondono al reale. Come osserva ancora Amselle, «non è la nozione di società che dà origine al comparativismo, ma il contrario: è perché ho bisogno di classificare che creo elementi da classificare». L’etnia, dunque, non preesiste allo sguardo che la definisce: è una costruzione concettuale. Se analizzati con un approccio storico e politico, molti gruppi africani smentiscono le definizioni classiche. Più che comunità di sangue, sono aggregazioni funzionali, nate da migrazioni, conflitti, alleanze, necessità economiche. I confini culturali sono linee di sabbia, continuamente tracciate e cancellate dal vento della storia. Meglio allora, come suggeriscono gli studiosi più avvertiti, disegnarli a matita. Con un tratto leggero, pronti a cancellarli e ridisegnarli ogni volta che la realtà – viva, fluida e contraddittoria – lo richiede.



