Kenya, da rifugio sicuro a paese a rischio per gli oppositori

di claudia
polizia

di Andrea Spinelli Barrile

Il caso di un cittadino turco arrestato nei giorni scorsi insieme alla sua famiglia dalle autorità keniane è il terzo dall’ottobre 2024, denuncia Amnesty Kenya. Per anni il Kenya è stato considerato un rifugio sicuro per oppositori, attivisti, testimoni oculari e persone politicamente esposte. Oggi questo scenario appare profondamente cambiato, come dimostra il caso dell’oppositore Kizza Besigye.

Un cittadino turco è stato arrestato nei giorni scorsi, con la sua famiglia, dalle autorità del Kenya e rischia ora l’espulsione e la deportazione in Turchia. Lo si apprende da una nota diffusa da Amnesty international Kenya, in cui si precisa che l’uomo, identificato come Mustafa Gungor, è stato arrestato su richiesta delle autorità turche, che sostengono che l’uomo sia legato al movimento Gulen, fuorilegge in Turchia, in base all’accordo di mutua assistenza legale Kenya-Turchia.

“Il cittadino turco corre il serio rischio di essere respinto in Turchia, dove potrebbe essere sottoposto a detenzione arbitraria, tortura o maltrattamenti” scrive Amnesty Kenya.

L’uomo è stato fermato nei giorni scorsi con tutta la sua famiglia dall’Unità di polizia antiterrorismo e attualmente rischia di essere espulso. Secondo i media keniani lavora presso la Light academy schools dal dicembre 2011 e secondo i dettagli descritti da Amnesty international possiede una carta di rifugiato rilasciata dal Kenya nel dicembre 2024.

È il terzo arresto di cittadini turchi in Kenya: nell’ottobre 2024, quattro turchi residenti in Kenya come rifugiati furono rimpatriati in Turchia, nonostante la protezione delle Nazioni unite, un fatto che ha suscitato forti critiche, tra cui quella del Segretario generale delle Nazioni unite António Guterres. Queste quattro persone sono state rapite da uomini mascherati a Nairobi per essere velocemente rimpatriati e, in quell’occasione, il segretario generale degli Affari esteri, Korir Sing’oei, chiarì che il governo turco si è impegnato a trattare i quattro con dignità, in conformità con il diritto nazionale e internazionale. L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) si disse “profondamente preoccupato” per questo caso di rapimento e deportazione, “in totale violazione delle norme del diritto internazionale”. Nel 2021 invece l’imprenditore turco Harun Aydin fu fermato all’aeroporto Wilson di Nairobi con l’accusa di finanziamento del terrorismo. Fu espulso in Turchia senza essere nemmeno incriminato dalle autorità keniane.

Kizza Besigye
Kizza Besigye

Il Kenya, e la vibrante città di Nairobi in particolare, sono stati per anni considerati un luogo sicuro da oppositori, attivisti, testimoni oculari e persone politicamente esposte, africane e di mezzo mondo, oltre che un Paese rifugio per milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Ad esempio, il cosiddetto “testimone Gamma” del processo egiziano sul caso di Giulio Regeni vive oggi, per ragioni di sicurezza, proprio a Nairobi.

In una petizione presentata alla presidenza della Camera del Kenya il 24 febbraio 2024 si legge che “negli ultimi anni, oppositori politici provenienti da Etiopia, Sud Sudan, Tanzania e Uganda sono stati rapiti in Kenya” ed anche la cronaca recente ci racconta che le cose sono profondamente cambiate. Il 16 novembre 2024 Kizza Besigye, oppositore ugandese di 68 anni e probabilmente l’unico in grado di avere la capacità politica di contendere il potere a Yoweri Museveni, di cui è stato medico personale, è stato rapito a Nairobi poco prima della presentazione di un libro di Martha Karoua, oppositrice keniana, sua amica, avvocata e scrittrice. Besigye ricomparso il 20 novembre successivo, nel pomeriggio, alla tv di Stato ugandese, con le manette ai polsi, dentro un’aula della Corte marziale di Kampala. Da allora è a processo per tradimento, rischia l’ergastolo e gli è stata interdetta la possibilità di candidarsi alle presidenziali. Il caso Besigye è il più clamoroso ma non è né il primo né l’unico: alla fine di luglio 2024, 36 attivisti membri del Forum per il cambiamento democratico (Fdc, il partito di Besigye), sono stati arrestati nel Kenya occidentale e deportati in Uganda, dove sono stati accusati di terrorismo e rilasciati soltanto l’ottobre successivo.

Maria Sarungi Tsehai

Il 12 gennaio 2025 Maria Sarungi Tsehai, attivista ed imprenditrice tanzaniana, oppositrice della presidente Samia Suluhu Hassan, che con il marito vive a Nairobi, ha subito anche lei un tentativo di rapimento da parte di uomini armati in borghese. L’abbiamo incontrata a marzo, come Africa Rivista, soltanto un paio di mesi dopo il suo tentato rapimento: “Ho dovuto cambiare il mio aspetto” ci ha raccontato, dicendo di sentirsi in pericolo dopo essersi esposta politicamente, ma anche “perché sono in grado di identificare alcuni poliziotti di questa task force” che ha provato a rapirla. “È come la mafia: non posso tacere su questo”. La modalità delle sparizioni forzate è comune, oggi, a Tanzania e Uganda ma succedono sempre più spesso anche in Kenya, dove fino a un paio di anni fa tutto questo sarebbe stato impensabile. E, al netto dei casi più clamorosi come quello di Besigye, di Tsehai, o del giovane candidato presidente del Kenya Boniface Mwangi, che in Tanzania è stato arrestato, fatto sparire e scaricato al confine keniano con le gambe rotte.

Sparire nel nulla e ricomparire in un altro Paese è qualcosa che farebbe tremare le vene dei polsi a chiunque: “Se i tuoi parenti vanno alla polizia a denunciare la scomparsa quelli ti rispondono: “non ne sappiamo nulla”” ci ha raccontato Tsehai.

Le sparizioni forzate di attivisti sono una delle ragioni per le quali la società civile, in Kenya, continua da oltre un anno a scendere in piazza, ogni giorno, nelle grandi città come nei piccoli centri. Lo scenario, è quello di un Africa orientale che, compatta, si fa democrazia di servizio per gli affari sporchi interni.

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