recensione a cura di Stefania Ragusa
Ma nuit au musée è un’iniziativa delle francesi Éditions Stock: scrittori di tutto il mondo sono invitati a trascorrere una notte in solitudine, all’interno di importanti sedi museali, raccontando successivamente cosa sia sortito da questo silenzioso confronto con le opere. Qualche anno fa anche Leïla Slimani è stata coinvolta nel progetto e Il profumo che i fiori hanno di notte (La Nave di Teseo, 2025, 160 pp., €16) è il memoir sortito da questa esperienza. A Venezia, “chiusa” dentro uno degli spazi espositivi della celebre collezione Pinault, ossia Punta della Dogana, Slimani ha familiarizzato con un genere espressivo – l’arte contemporanea – che fino a quel momento le era stato estraneo, ma che forse proprio per questo è riuscito ad agire come un potente specchio introspettivo.
Nata a Rabat, cresciuta tra una pluralità di lingue e culture, un forte legame con l’Islam intrecciato a una limpida laicità di pensiero, Slimani ripercorre nel volume la propria storia personale: le fratture familiari, l’eredità coloniale, l’emigrazione in Francia, la sfida di essere donna e scrittrice. Lo spazio del museo, vuoto e sospeso in un silenzio irreale, diventa luogo di osservazione e riflessione, dove ogni ricordo emerge come un frammento da comprendere. L’isolamento diventa occasione di consapevolezza, il silenzio fornisce la voce alla rivelazione. Nel titolo sono richiamati i fior di notte, fragili e resistenti, simili in fondo alla scrittura dell’autrice: sobria, misurata, capace di restituire la luce nell’ombra, di intrecciare la memoria e il futuro, l’identità e l’appartenenza, le radici e la libertà.

Il profumo che i fiori hanno di notte (La Nave di Teseo, 2025, 160 pp., €16)



