Dopo quattro anni Msf rompe il silenzio sull’uccisione mirata di tre operatori in Etiopia

di claudia
Msf

A quattro anni dall’uccisione di tre membri del suo staff in Tigray, Medici senza frontiere (Msf) ha reso pubblico un rapporto interno che conferma la natura deliberata e mirata dell’attacco. Il 24 giugno 2021, María Hernández Matas, Tedros Gebremariam Gebremichael e Yohannes Halefom Reda sono stati uccisi nei pressi di Abi Adi, nel Tigray centrale, mentre viaggiavano a bordo di un veicolo chiaramente contrassegnato con il logo dell’organizzazione, impegnati nel trasporto di pazienti feriti.

Il rapporto conferma che l’attacco non fu frutto di un errore o di un fuoco incrociato, ma un’esecuzione a distanza ravvicinata di tre operatori umanitari facilmente identificabili: indossavano giubbotti bianchi con il logo Msf e viaggiavano su un mezzo contrassegnato. I loro corpi furono ritrovati a 400 metri dal veicolo, incendiato e crivellato di colpi.

Msf ha accertato – e spiegato nel documento – che, al momento dell’attacco, un convoglio dell’esercito federale etiope (Endf) era presente sulla stessa strada. Diverse fonti aperte, immagini satellitari e testimonianze civili confermano tale presenza. Alcuni testimoni riferiscono che un comandante dell’Endf avrebbe dato via radio l’ordine di aprire il fuoco su un’auto bianca in avvicinamento.

Nonostante oltre 20 incontri con funzionari etiopi e ripetute richieste formali, né Msf né le famiglie delle vittime hanno ricevuto risposte credibili. “Possiamo solo supporre che manchi la volontà politica di condividere i risultati di un’indagine già conclusa”, ha dichiarato Paula Gil, presidente di Msf Spagna. “In assenza di una versione ufficiale, abbiamo il dovere morale di rendere pubblici i nostri risultati: non si può seppellire nell’oblio un omicidio così brutale”.

Il rapporto, condiviso con il ministero della Giustizia etiope già a partire dal novembre 2021, dimostra che accertare i fatti era possibile e resta tuttora realizzabile, sottolinea l’organizzazione medica precisando che la mancata conclusione di un’indagine credibile contribuisce ad alimentare un clima di impunità che mette a rischio operatori umanitari in tutto il mondo.

“La morte di María, Tedros e Yohannes non deve essere dimenticata – ha aggiunto Gil -. Hanno perso la vita mentre cercavano di aiutare chi soffre. Fare luce su quanto accaduto è un passo necessario per garantire maggiore sicurezza agli operatori umanitari in Etiopia e nelle altre zone di conflitto”. 

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