La Farnesina ha emesso ieri sera un avviso di emergenza, evidenziando il rapido deterioramento della situazione in Mali causato dalla crisi dei carburanti ed ha invitato tutti i cittadini italiani a mettersi in contatto con l’ambasciata e lasciare il Paese.
Due giorni fa, anche l’ambasciata degli Stati uniti a Bamako ha esortato i cittadini americani a lasciare il Paese “immediatamente” in aereo, o a predisporre un piano di autoprotezione qualora ciò non fosse possibile. L’avviso americano specificava che l’assistenza consolare poteva ora essere garantita solo nella città di Bamako.
La nota del ministero degli Affari esteri italiano è stata invece diffusa ieri: si tratta di una raccomandazione simile, esortando i suoi cittadini a lasciare il Mali “il prima possibile”. La comunicazione riguarda circa 70 italiani, per lo più residenti nella capitale maliana. Il ministero italiano cita come motivo di particolare preoccupazione proprio l’impatto della crisi energetica sulla sicurezza e sulla mobilità.
Questi avvertimenti giungono in un momento in cui la situazione logistica e di sicurezza è peggiorata dall’inizio di settembre. Il gruppo armato Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim) ha imposto un blocco sulle importazioni di idrocarburi, aumentando gli attacchi contro i convogli di autocisterne: a causa della carenza di carburante, le autorità maliane hanno sospeso tutte le lezioni nelle scuole e nelle università per due settimane a partire da lunedì adducendo come causa “importanti difficoltà di viaggio” e consegne “irregolari”.
Attualmente, gli Stati Uniti mantengono il livello di allerta più alto per il Mali (“livello 4 – Non viaggiare”) e sconsigliano qualsiasi viaggio via terra nei Paesi limitrofi, a causa dell’elevato rischio di attacchi sulle strade. Sul fronte diplomatico, questo doppio avvertimento illustra un raro consenso tra Washington e Roma, che riflette una valutazione convergente della crisi maliana.



