Cinema | Poetiche streghe d’Africa

di Diego Fiore
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Secondo Rungano Nyoni, una giovane regista originaria dello Zambia, le streghe esistono davvero, almeno nella credenza popolare di molti Paesi africani (e d’altronde sono esistite anche da noi, per secoli, e bruciate vive). Sconvolta da articoli di giornale in cui molte donne venivano accusate di stregoneria, Nyoni ha deciso di fare una ricerca che l’ha portata in Ghana, prima straniera a soggiornare in un campo di “streghe”. Anch’io ho visitato un campo di questo genere in Burkina Faso e visto donne emarginate, accusate in base a superstizioni o paure immaginarie, capro espiatorio di chi in tempi duri sfoga su di loro le proprie angosce. Erano per lo più donne anziane o invecchiate precocemente, che coltivavano un orto per potersi nutrire o filavano cotone. Un’immagine di altri tempi.

Dalla ricerca della regista è nato il film presentato al Festival di Cannes nel 2017, che ha riscosso un grandissimo successo in tutto il mondo (ma che purtroppo non è uscito in Italia): I Am Not a Witch, “Non sono una strega”. La protagonista è Shula (interpreta da Margaret Muluwa), un’orfana di otto anni, accusata di stregoneria dopo un banale incidente in un villaggio. Quando si rifiuta di prestarsi allo sfruttamento subdolo di un ministro corrotto che ha pensato di farsi i soldi esibendola in giro come un animale da circo e vantando la sua capacità di smascherare i ladri, Shula viene condotta al campo delle streghe, dove si trova di fronte a una scelta senza scampo: o accettare il suo marchio soprannaturale e vivere una vita legata come le altre a un palo con un lungo nastro bianco o tagliare i suoi legami con la tradizione locale e trasformarsi in una capra che può essere uccisa e mangiata per cena. Un’invenzione fantastica, quella immaginifica dei nastri, che si presta a scenari di straordinaria bellezza. Il finale sospeso, dopo molto humour, è invece particolarmente intenso e commovente, con la ribellione della piccola Shula.

Un altro pregio del film è quello di avvalersi di bravi attori non professionisti: tra tutti la scoperta eccezionale è quella della piccola protagonista, spesso corrucciata, piena di dignità, che, quando si apre al sorriso, illumina lo schermo: difficile per lo spettatore dimenticare il suo volto.
Il film, ricco di immagini meravigliose, colorate e poetiche, surreali, pur raccontando una realtà tragica non ricorre alla lacrima facile. Un’invenzione fiabesca e insieme un’audace parabola sulla magia e la misoginia.

(Annamaria Gallone)

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