Ā«Nei suoi negoziati commerciali con gli Stati Uniti dāAmerica, il Kenya non accetterĆ alcuna proposta che vada contro le leggi ambientaliĀ». Il ministro del commercio Betty Maina prova ad arginare la polemica, ma a Nairobi la preoccupazione rimane alta. In particolare tra le associazioni ambientaliste che in questi anni hanno lavorato duro per ridurre lāuso e lo scarto della plastica. Il New York Times, attraverso una lunga e dettagliata inchiesta, ha denunciato infatti le pressioni che lāAmerican Chemistry Council, organismo che riunisce i più grandi produttori di sostanze chimiche e societĆ di combustibili fossili del mondo, starebbe facendo sul governo kenyota per modificare le norme antiplastica emanate in questi anni. E non solo: lāobiettivo di lungo respiro di Big Oil (ma forse in questo caso sarebbe più opportuno parlare di Big Plastic) sarebbe fare del paese āuna delle economie più interessanti del continente – una sorta di hub per la fornitura di prodotti plastici made in USA.
Il momento ĆØ delicato. Washington e Nairobi sono nel bel mezzo di negoziati commerciali molto importanti, e il presidente keniota, Uhuru Kenyatta, ĆØ ansioso di raggiungere un accordo. Avere la riconferma di condizioni facilitate per lāimport-export sarebbe molto importante, in particolare nella fase delicata che il paese sta attraversando a causa del Covid-19.
Il Kenya ha messo al bando i sacchetti di plastica nel 2017 e lo scorso anno ha firmato, insieme con altre nazioni,Ā un accordo globale per fermare l’importazione di rifiuti di plastica, rubricati come pericolosi ai sensi della Convenzione di Basilea, accordo che ĆØ stato fortemente osteggiato dall’industria chimica. Ma la situazione nel paese africano era davvero insostenibile. Per dare un’idea: uno studio supportato dalla National Environmental Management Agency (Nema) aveva rilevato che oltre il 50% del bestiame allevato vicino alle aree urbane aveva sacchetti di plastica nello stomaco. A tre anni dalla messa a bando e a uno dall’inasprimento delle pene, il governo ha dchiarato che la circolazione di sacchetti di plastica ĆØ stata ridotta dell’80 per cento e oltre. In un momento in cui la proponibilitĆ di questo derivato dal petrolio ĆØ ai minimi storici, un cambio di direzione da parte di Nairobi si tradurrebbe nella (ri)apertura del mercato dellāintero continente.
Greenpeace Africa ha lanciato subito una petizione per ricordare al governo lāinderogabilitĆ dellāimpegno contro la plastica. Ā«L’American Chemistry Council (ACC) vuole fare del Kenya la sua discarica di rifiuti di seconda mano, e quindi usare il Kenya come porta per il resto dell’Africa. Ora abbiamo l’opportunitĆ di impedire che l’Africa diventi un deserto tossicoĀ». Agisci per dire al governo del Kenya di proteggere il progresso dellāAfrica dallāinquinamento da plastica, ĆØ lāinvito dellāorganizzazione.
Griffins Ochieng, direttore esecutivo del Ā Centre for Environment Justice and Development, una ong kenyota che dal 2012 combatte contro vari tipi di inquinamento, bolla come āsconvolgenteā la doppiezza dellāACC: mentre il resto del mondo combatte il cambiamento climatico e cerca di liberare il pianeta dalla plastica, Big Oil pensa solo a contrastare la sua decadenza.
LāACC, dal canto suo, ha respinto le accuse, definendo “grossolanamente imprecisi” i report su cui si basano l’inchiesta del New York Times e la denuncia di Greenpeace. Ha negato di aver voluto in qualsiasi modo interferire nei negoziati commerciali, ma ha riconosciuto che Ā«l’industria chimica statunitese ha colto con favore l’opportunitĆ di contribuire con la propria conoscenza ed esperienza nel campo del commercio e della plastica al dibattito pubblico sugli accordi in discussioneĀ». Attraverso il suo portavoce Ryan Bldwin, ha parlato inoltre di una Ā«una necessitĆ globale di supportare lo sviluppo delle infrastrutture per raccogliere, smistare, riciclare e lavorare la plastica usata, in particolare nei paesi in via di sviluppo come il KenyaĀ».
Nonostante le dichiarazioni del ministro Maina, la partita ĆØ ancora tutta aperta. La fuga di notizie e la risonanza che sta avendo lāinchiesta del New York Times hanno permesso però di dare un assetto più equilibrato alle forze in campo e costretto Big Plastic ad una seppure parziale assunzione di responsabilitĆ .
(Stefania Ragusa)



