di Giulia Beatrice Filpi
Dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità alle nuove sfide diplomatiche: i temi al centro del corso «L’Africa e il grande disordine globale» per capire perché le crisi in Medio Oriente condizionano il futuro dei Paesi africani
Ogni crisi, come ricorda la radice greca della parola (krìnein, discernere, scegliere), è un momento di scelta possibile: un potenziale passaggio tra l’anomia del caos e un nuovo «cosmo», un nuovo sistema ordinato. Può valere anche per l’Africa, oggi alle prese con le conseguenze – drammatiche – dell’attacco israeliano e statunitense all’Iran?
I relatori dell’incontro introduttivo de «L’Africa e il grande disordine globale», ciclo di lezioni organizzato da Internationalia in partenza ad aprile, hanno proposto una serie di riflessioni per provare a elaborare risposte possibili a questa domanda.
«Nell’Ottocento le guerre si combattevano per il carbone o per le materie prime necessarie allo sviluppo industriale. Nel Novecento l’elemento energetico petrolifero era centrale. Oggi, se parliamo di economia reale, il fulcro sono i materiali alla base dell’industria satellitare e delle telecomunicazioni», osserva Marco Di Liddo, direttore e analista responsabile del desk Africa, Russia e Caucaso del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.).
In questa prospettiva, sostiene Di Liddo, molti Paesi africani stanno cercando di uscire dalla «maledizione delle risorse» che ha a lungo condizionato il continente: l’obiettivo è investire nello sviluppo industriale per vendere prodotti finiti o semilavorati, riducendo la dipendenza dall’estero per i beni a più alta componente tecnologica.
Ampliare i margini di autonomia è dunque la sfida su cui l’Africa potrebbe essere chiamata ad accelerare per rispondere alla crisi globale, anche ridefinendo la propria rete di relazioni internazionali in modo nuovo rispetto agli schemi ereditati dall’epoca coloniale.
Proprio in questa logica di diversificazione, tuttavia, Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman – e in misura minore anche l’Iran – erano diventati negli ultimi anni attori sempre più influenti nel continente. Oggi alcune delle rotte commerciali che si sono sviluppate negli ultimi quindici anni tra Africa orientale e Asia occidentale appaiono però compromesse.
Lo sottolinea Maddalena Procopio, Senior Policy Fellow per il Programma Africa all’European Council on Foreign Relations (Ecfr): «Il Kenya, per esempio, importa quasi il 50% dei suoi prodotti raffinati dagli Emirati. La quota sale all’80% se includiamo Arabia Saudita, Oman e Kuwait. D’altra parte, circa il 30% dell’oro emiratino proviene dal continente africano». Con una rete di relazioni così interconnessa, «la forte limitazione delle rotte aeree e marittime sta producendo shock di diverso tipo».
Un primo esempio riguarda il carburante, con rincari che «rischiano di tradursi in tensioni sociali, politiche ed economiche nel continente». Un altro fattore critico è rappresentato dai fertilizzanti, una quota significativa dei quali transita attraverso lo stretto di Hormuz. «L’Africa è sostanzialmente importatrice netta e risente di ritardi e rincari – osserva Procopio – con conseguenze sui raccolti e quindi sulla stabilità economica, considerando che la maggior parte della forza lavoro africana è impiegata in agricoltura».
Oltre al piano economico e commerciale, gli effetti della crisi riguardano anche quello politico e diplomatico. Per quanto riguarda l’Africa, i relatori non escludono che possano emergere anche sviluppi inattesi. Se finora Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno alimentato la guerra in Sudan seguendo interessi e agende contrapposte, il giornalista Massimo Zaurrini, moderatore dell’incontro, si chiede se il conflitto che oggi li coinvolge più da vicino non possa distogliere la loro attenzione dallo scenario africano, favorendo un avvicinamento tra gli attori locali verso un negoziato.
Ne è convinto l’africanista ed ex viceministro degli Affari esteri Mario Giro, che intravede possibili implicazioni non solo in Sudan ma anche in altri conflitti dell’Africa orientale. «L’Italia potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo sulla crisi eritreo-etiopica, che rischia di riaccendersi», sottolinea Giro, facendo riferimento al potenziale ruolo diplomatico che il governo italiano potrebbe esercitare in questa fase, forte dei «rapporti molto buoni» con entrambe le parti.
Con Jean-Leonard Touadi, già deputato della Repubblica, consulente della Fao e docente di Geografia dello sviluppo in Africa all’Università La Sapienza di Roma, il focus si sposta infine dalla politica dei leader e delle grandi conferenze internazionali alla vita delle persone comuni.
«Guardiamo all’economia africana, soprattutto a quella informale che oggi è messa in crisi. Non avere benzina in una città come Kinshasa, dove più del 70% delle persone vive con meno di 2,15 dollari al giorno, significa non avere la possibilità di portare un pasto a casa», afferma.
E conclude: «Questa guerra dimostra ancora una volta che l’Africa non è fuori dalla storia».



