Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo promette solidarietà tra gli Stati, ma lascia ampi margini di scelta e non supera il sistema di Dublino. Mentre Italia e Ue rivendicano il calo degli arrivi, gli accordi con Tunisia, Libia e Senegal spostano il controllo delle frontiere fuori dall’Europa, affidandolo a governi accusati di gravi violazioni dei diritti umani. Una strategia che trasforma le migrazioni in moneta di scambio politica ed economica
di Marcella Mzzarelli
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo promette di cambiare la gestione dei flussi. Ma dietro la «solidarietà obbligatoria» rivendicata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si nasconde un sistema che lascia ampi margini agli Stati e punta sempre più a esternalizzare il controllo delle frontiere. Approvato nell’aprile 2024 ed entrato in applicazione nel giugno 2026, il Patto si fonda su quattro direttrici: più controlli alle frontiere esterne, procedure d’asilo accelerate, condivisione delle responsabilità tra i Paesi membri e cooperazione con governi extraeuropei per contenere le partenze e facilitare i rimpatri.
L’illusione di superare Dublino
Nell’intervista di agosto al Corriere della Sera, Piantedosi ha rivendicato la solidarietà «obbligatoria» tra gli Stati membri e il calo degli arrivi ottenuto grazie agli accordi con Paesi di transito come Libia, Tunisia e Senegal.
Sulla carta, la solidarietà europea dovrebbe alleggerire il peso che grava sui Paesi di primo ingresso, come Italia, Grecia e Spagna. Lo prevede già l’articolo 80 del Trattato Ue, ma il sistema di Dublino ha a lungo lasciato questi Stati a gestire una quota sproporzionata delle domande d’asilo, alimentando la percezione di essere abbandonati dall’Unione.
Piantedosi ha assicurato che i nuovi strumenti «non verranno attivati solo in situazioni di emergenza […] troveranno applicazione sempre». In realtà, il Patto non supera Dublino né garantisce ricollocamenti permanenti: la solidarietà dipende dalla valutazione della pressione migratoria e gli Stati possono scegliere tra accogliere richiedenti asilo e contribuire finanziariamente. Il paradosso è evidente: se gli arrivi calano, come rivendica il Viminale, potrebbe ridursi anche la necessità di attivare il meccanismo.
Piantedosi ha inoltre attribuito al Patto il mancato rientro in Italia di 80.000 cosiddetti «dublinati», migranti trasferitisi in altri Paesi Ue dopo essere entrati in Italia. Ma il blocco dei trasferimenti risale al 5 dicembre 2022, quando il Viminale sospese con una circolare i rientri da altri Stati europei, motivando la decisione con la saturazione del sistema di accoglienza. Non è dunque una novità introdotta dal Patto.
La diplomazia delle partenze
Il secondo asse rivendicato da Piantedosi riguarda il contrasto alle partenze. In questo ambito, gli accordi con Libia e Tunisia sono diventati uno dei principali risultati che il governo italiano attribuisce alla propria strategia migratoria. Secondo i dati diffusi dal Viminale, dal 2023 le intese con Tripoli e Tunisi avrebbero contribuito a bloccare oltre 275.000 persone intenzionate a raggiungere le coste italiane.
Il dato si inserisce in una tendenza più ampia: la crescente centralità delle partnership con i Paesi di origine e transito, promosse anche dal nuovo Patto europeo attraverso intese bilaterali modellate sugli interessi dei singoli governi. L’obiettivo dichiarato è intercettare i flussi prima che raggiungano il territorio dell’Unione, facendo leva su una combinazione di strumenti: investimenti, aiuti allo sviluppo, cooperazione in materia di sicurezza e gestione dei visti.
Questa cooperazione, tuttavia, non è più soltanto una richiesta avanzata dall’Europa. È diventata anche una leva negoziale per i governi africani, che possono utilizzarla per ottenere risorse, riconoscimento internazionale e margini di manovra nei rapporti con Bruxelles. Il controllo delle migrazioni entra così nelle agende nazionali e diventa una moneta di scambio politica ed economica.
L’interesse nazionale senegalese giustifica la cooperazione
In Senegal, alle prese con una profonda crisi economica e con forti tensioni politiche e sociali, la leadership del presidente Bassirou Diomaye Faye e del primo ministro Ousmane Sonko ha progressivamente inserito il contrasto all’emigrazione irregolare in una retorica di tutela degli interessi nazionali. Durante una riunione con i parlamentari all’Assemblea nazionale, Sonko ha dichiarato: «I giovani inseguono una soluzione illusoria a un problema molto reale. Non c’è alcuna giustificazione per rischiare la propria vita in mare». Per il governo, fermare le partenze non significa soltanto rispondere alle richieste europee, ma anche evitare la perdita di una parte delle giovani generazioni, considerate essenziali per lo sviluppo economico e industriale del Paese.

Nonostante le iniziali dichiarazioni sovraniste e la volontà di marcare una discontinuità con i governi precedenti, Dakar ha approfondito la cooperazione con l’Unione europea in materia di sicurezza e gestione dei flussi, mantenendo controlli stringenti sulle rotte marittime dirette verso le isole Canarie. La migrazione irregolare viene così rappresentata come una minaccia alla forza della nazione e una perdita per il futuro del Paese. In questa cornice, i finanziamenti europei possono essere reinterpretati: non più un’ingerenza esterna, ma uno strumento funzionale a un obiettivo nazionale. La retorica della sovranità, anziché impedire la cooperazione con Bruxelles, finisce per legittimarla.
Il contrasto ai flussi in Tunisia
Firmato nel 2023, il memorandum d’intesa tra Unione europea e Tunisia ha previsto 150 milioni di euro per il sostegno economico e al bilancio dello Stato, oltre a 105 milioni destinati specificamente alla gestione delle migrazioni e al controllo delle frontiere.
Organizzazioni delle Nazioni Unite, ong e reti umanitarie hanno documentato gravi abusi contro migranti e rifugiati subsahariani da parte delle forze di sicurezza tunisine. Le testimonianze e le denunce riguardano manovre pericolose durante gli intercettamenti in mare, detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali ed espulsioni collettive e clandestine verso le aree desertiche al confine con Libia e Algeria. Queste violazioni si inseriscono in un contesto di crescente autoritarismo sotto il presidente Kais Saied, che dal 2021 ha progressivamente ridotto gli spazi di autonomia del Parlamento e della magistratura, mentre arresti di oppositori e pressioni su stampa e ricerca hanno ristretto ulteriormente le libertà civili.
L’accordo con Bruxelles ha alimentato le critiche delle organizzazioni per i diritti umani, preoccupate che la priorità assegnata al controllo delle migrazioni finisca per indebolire le pressioni europee sul rispetto dello Stato di diritto. Lo State Trafficking Report segnala una concomitanza tra l’escalation delle violazioni ai danni di migranti e rifugiati e la svolta autoritaria di Saied. Già nel febbraio 2023, durante una riunione del Consiglio di sicurezza tunisino, il presidente aveva descritto la presenza di popolazioni provenienti dall’Africa subsahariana come un’«impresa criminale» e un «complotto demografico» volto, a suo dire, ad alterare l’identità arabo-islamica del Paese. In questo clima, i fondi europei rischiano di rafforzare la propaganda interna e sostenere apparati responsabili di abusi.
Anche la cosiddetta «leva dei visti» presenta un bilancio contraddittorio. Un memorandum triennale prevede per la Tunisia 4.000 ingressi regolari all’anno per lavoro non stagionale. Parallelamente, si registra una sostanziale stagnazione dei visti ordinari e la Tunisia è stata inserita tra i Paesi di origine sicuri, una classificazione che consente procedure accelerate e può rendere più difficile il riconoscimento della protezione internazionale ai cittadini tunisini.
A documentare l’impatto concreto degli accordi bilaterali e delle politiche di contenimento è lo State Trafficking Report, realizzato da un gruppo di ricerca internazionale in contatto con una rete di migranti provenienti dagli insediamenti informali a nord di Sfax. Il rapporto raccoglie le testimonianze di persone espulse verso la Libia dalle forze di polizia e militari tunisine tra giugno 2023 e novembre 2024.

Il quadro che emerge è drammatico. Il forte calo degli arrivi dalla Tunisia all’Italia registrato dall’ottobre 2023, secondo il rapporto, non sarebbe riconducibile a una gestione più efficace e rispettosa dei flussi, ma alla violenza delle operazioni di intercettazione, detenzione ed espulsione. L’indagine descrive una sequenza di abusi. Le forze di sicurezza rastrellano persone originarie dell’Africa subsahariana, comprese quelle entrate regolarmente nel Paese o in possesso di documenti validi. «Ci hanno ammanettato e pestato. Più di 70 persone torturate, lasciate senza cibo né acqua. C’era solo la polizia, nessuna ong», racconta un testimone intercettato al porto.
I fermati vengono quindi trasferiti su autobus, spesso durante la notte. Secondo le testimonianze, gli agenti indossano passamontagna per evitare di essere riconosciuti e impongono ai prigionieri di tenere la testa bassa. I resoconti riferiscono di pestaggi e documenti distrutti: «I soldati ci hanno perquisito e picchiato tutti. Chi mostrava il passaporto si vedeva strappare il documento: ci dicevano che non ci volevano più in Tunisia». La fase successiva si svolge nei campi di detenzione lungo il confine libico, dove, secondo il rapporto, avvengono gli scambi. L’indagine denuncia forme di collusione tra personale tunisino in divisa e gruppi armati libici: i deportati verrebbero ceduti in cambio di denaro, carburante o hashish. Una volta oltre il confine, molti finiscono in carceri informali e circuiti di rapimento, nei quali la tortura viene utilizzata per estorcere riscatti alle famiglie.
L’esternalizzazione in Libia alimenta gli abusi
Con il rinnovo automatico del memorandum Italia-Libia, avvenuto nel gennaio 2026, Roma ha confermato la cooperazione con un Paese ancora profondamente frammentato, segnato dalla competizione tra autorità rivali. In questo quadro, il Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah e le autorità dell’Est si contendono il controllo del territorio e delle istituzioni, mentre la cooperazione migratoria contribuisce a rafforzare il ruolo internazionale degli interlocutori di Tripoli.
Gli accordi con l’Italia e con l’Unione europea garantiscono risorse, motovedette e tecnologie agli apparati di sicurezza. Ma, secondo le denunce raccolte sul terreno, contribuiscono anche a sostenere un’economia informale altamente lucrativa, nella quale intercettazioni in mare e detenzioni alimentano un circuito di estorsioni, riscatti e sfruttamento del lavoro.

Milizie e autorità locali possono presentarsi ai partner europei come fornitori di sicurezza e, allo stesso tempo, essere coinvolte in abusi contro le persone migranti. I finanziamenti destinati al controllo delle frontiere rischiano così di consolidare spazi sottratti a un’effettiva responsabilità giudiziaria, nei quali gruppi armati esercitano potere e traggono profitto dalla vulnerabilità dei migranti. A questa cooperazione si affianca il rapporto privilegiato con l’Italia nel settore energetico, rafforzato dagli investimenti e dagli accordi sul gas. Come nel caso tunisino, la diminuzione degli arrivi in Italia si accompagna a un costo umano elevato. Le informazioni citate nel dibattito sul tema segnalano un aumento degli incidenti mortali e dei naufragi nelle aree pattugliate dalle autorità libiche, entro circa 120 chilometri da Tripoli, oltre a un incremento degli arrivi e della mortalità sulla rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna. Per la popolazione libica, provata da oltre un decennio di conflitti, interruzioni di corrente e inflazione, la presenza dei migranti viene spesso percepita soprattutto attraverso la lente della sicurezza e dell’ordine pubblico. La collusione tra milizie e trafficanti è a sua volta fonte di preoccupazione, perché alimenta criminalità, circolazione di armi illegali e instabilità nelle città costiere.
Il risultato è una strategia che privilegia il contenimento all’origine e il ricorso ad accordi bilaterali, anziché l’apertura di canali regolari di ingresso. L’Unione europea, impegnata a ridurre gli arrivi, rischia così di delegare il controllo delle proprie frontiere a governi e apparati che le organizzazioni per i diritti umani accusano di violazioni sistematiche.
Anche Trump punta sui rimpatri
L’esternalizzazione delle frontiere e della gestione migratoria non è una prerogativa europea. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha accelerato una strategia analoga attraverso il trasferimento di migranti e richiedenti asilo verso Paesi terzi, nell’ambito di accordi bilaterali spesso poco trasparenti e sostenuti da aiuti finanziari e cooperazione in materia di sicurezza. Mentre l’Europa stringe intese nel Mediterraneo e nel Sahel, Washington ha costruito una rete di accordi con diversi governi, anche africani, per trasferire persone che non hanno necessariamente cittadinanza o legami con i Paesi chiamati ad accoglierle. Il principio è simile: spostare altrove la responsabilità delle espulsioni, allontanando i migranti dal territorio dello Stato che intende rimpatriarli. Tra i casi citati figurano la Repubblica Centrafricana e il Camerun, che avrebbero accettato di ricevere persone trasferite dagli Stati Uniti. Secondo le informazioni riportate, il governo di Bangui ha accettato i trasferimenti dagli Stati Uniti in cambio di compensazioni finanziarie e programmi di sostegno veicolati anche attraverso agenzie internazionali, con impegni nell’ordine di decine di milioni di dollari.
Tra le persone trasferite figurano cittadini di Paesi che non hanno legami storici o culturali con la Repubblica Centrafricana. Il rischio è che vengano lasciati in un contesto istituzionale fragile, caratterizzato da instabilità politica e da limitate capacità di protezione e assistenza. Anche il Camerun è stato indicato tra i Paesi coinvolti nei trasferimenti concordati con Washington. L’accettazione di persone deportate dagli Stati Uniti può diventare una leva nei rapporti commerciali e diplomatici, ma solleva interrogativi sulle garanzie offerte ai trasferiti e sui rischi per la loro sicurezza, evidenziati dalle organizzazioni per i diritti umani.
I migranti come moneta di scambio
Dall’Europa agli Stati Uniti, la gestione delle migrazioni sembra convergere verso una logica sempre più transazionale. Gli accordi con i Paesi di origine e transito, i finanziamenti alla sicurezza e i trasferimenti verso Stati terzi permettono ai governi occidentali di spostare altrove una parte delle responsabilità legate all’accoglienza e ai rimpatri. Per i governi partner, la cooperazione può tradursi in risorse economiche, riconoscimento diplomatico e maggiore potere negoziale. Per le persone migranti, invece, il rischio è quello di essere ridotte a oggetto di uno scambio tra interessi politici ed economici, trasferite da un territorio all’altro senza garanzie adeguate e spesso lontano da qualsiasi rete di protezione. La promessa di un sistema europeo più solidale convive così con una strategia che punta a rendere le frontiere meno visibili, affidandone il controllo a governi e apparati esterni. Il confine non scompare: viene spostato. E con esso, sempre più spesso, anche la responsabilità politica e giuridica per ciò che accade alle persone che cercano di attraversarlo.
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