Hrw denuncia una violenta repressione contro la comunità Lgbt in Senegal

di Tommaso Meo
Respect Lgbt rights

Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato una violenta repressione contro la comunità Lgbt in Senegal. Secondo l’organizzazione non governativa, ondate di arresti di massa, test per l’Hiv condotti senza consenso e limitazioni all’assistenza legale stanno violando i diritti umani fondamentali delle persone omosessuali, bisessuali, trans o queer. I dati raccolti dalla rete Raddho (Rencontre africaine pour la défense des droits de l’homme) tra febbraio e luglio, parlano di 212 arresti tra i presunti appartenenti alla comunità, mentre altre stime ne contano 300.

I rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso sono considerati reato in Senegal dal 1965, ma l’ostilità nei confronti delle persone Lgbt si è notevolmente intensificata negli ultimi anni. Durante la campagna presidenziale del 2024, il presidente Diomaye Faye e l’ex primo ministro Ousmane Sonko si sono impegnati a rafforzare le leggi che criminalizzano i rapporti omosessuali, definendo la questione una priorità nazionale.

La stretta delle forze dell’ordine si è intensificata a seguito della modifica dell’articolo 319 del codice penale, approvata dal parlamento l’11 marzo, che ha raddoppiato fino a 10 anni di carcere la pena massima per i rapporti tra persone dello stesso sesso. La nuova norma prevede anche sanzioni pecuniarie che variano da due a 10 milioni di franchi Cfa (da 3.000 a 15.000 euro) e punisce fino a sette anni di reclusione la promozione o il sostegno a favore della comunità, con multe da 500.000 a cinque milioni di franchi Cfa (da 760 a 7.600 euro).

Le ricerche e le interviste svolte da Hrw a 39 persone rivelano anche che le forze di sicurezza decidono i fermi sulla base di informazioni estratte da telefoni sequestrati, perquisizioni in abitazioni private e denunce di terzi. Molti dei fermati sono stati sottoposti al test dell’Hiv in modo coatto per poi affrontare l’accusa di «trasmissione volontaria del virus», contestazione successivamente respinta da un tribunale ad agosto. Da febbraio, secondo i media locali, solo una persona arrestata per «atti contro natura» è stata condannata.

I medici locali segnalano però che questo clima di terrore spinge molti pazienti a nascondersi, e di conseguenza a interrompere le cure e le visite di controllo per oltre un terzo dei soggetti in terapia. Uno studente universitario ha raccontato per esempio di essere stato costretto a trasferirsi dopo aver subito minacce verbali e molestie: «Nel quartiere in cui vivevo, la gente ha iniziato a insultarmi. Mi dicevano cose del tipo “la prossima volta tocca a te” quando passavo».

Un operatore sociale di Dakar ha detto che la paura costante ha trasformato la vita quotidiana «in una situazione simile al confinamento per il Covid». «So di avere un piede in prigione. Posso essere arrestato in qualsiasi momento perché sono un leader della comunità. Anche se al momento non sono in prigione, vivo come se ci fossi. La mia vita è completamente cambiata».

La repressione sta ostacolando anche il diritto alla difesa, perché diversi avvocati subiscono pressioni sociali e familiari affinché rifiutino i casi di persone accusate di «atti contro natura». Inoltre, sempre secondo Hrw, la fuga di dati riservati verso la stampa locale ha esposto le persone individuate a violenze, minacce ed emarginazione.

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