di Valentina Giulia Milani e Andrea Spinelli Barrile
Mentre i leader mondiali si riuniscono a New York per l’80ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal Palazzo di Vetro emerge una voce sempre più forte anche se finora di fatto inascoltata: quella del continente africano. Non si tratta più di una semplice partecipazione, ma di una rivendicazione chiara del proprio ruolo nel mondo. L’Africa non chiede più un posto al tavolo, esige di contribuire a costruire un tavolo nuovo, più giusto ed equo.
A margine dei lavori ufficiali, l’Unione Africana sta provando a condurre un’offensiva diplomatica. In un incontro, il presidente della Commissione dell’Ua, Mahmoud Ali Yusuf, e il segretario generale dell’Onu, António Guterres, hanno parlato di priorità strategiche. Sebbene la nota congiunta ponga l’accento sull’urgenza di una soluzione per l’insostenibile onere del debito africano, l’agenda è molto più ampia e ambiziosa.
Sul tavolo ci sono i temi che definiscono il presente e il futuro del continente: la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il finanziamento adeguato per le operazioni di pace a guida africana (un punto chiave per l’autonomia strategica), un accesso più equo ai finanziamenti per il clima e una revisione del sistema commerciale globale. Yusuf ha ribadito la “sproporzionata vulnerabilità” dell’Africa agli shock climatici e ha chiesto un ordine commerciale più inclusivo.

Il ruolo dell’Africa come partner e non solo come destinatario di aiuti è stato ribadito anche nell’incontro trilaterale con Nazioni Unite e Unione Europea, focalizzato sulla risoluzione dei conflitti in Sudan, Sahel, Libia e Rd Congo.Le soluzioni alle crisi africane – è stato uno dei messaggi emersi – devono vedere il continente come protagonista, in linea con la visione strategica dell’Agenda 2063.
Se l’Ua si muove con la diplomazia, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito l’attuale struttura del Consiglio di Sicurezza il principale ostacolo alla pace e alla legittimità stessa dell’Onu.
Come può un’architettura decisionale concepita alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando gran parte dell’Africa era ancora sotto il giogo coloniale, essere ancora valida oggi? “Questi cinque membri permanenti”, ha detto Ramaphosa riferendosi ai Paesi che hanno diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, “prendono decisioni per oltre l’85% della popolazione mondiale che vive nei Paesi del Sud globale”. Il persistente uso del potere di veto, ha aggiunto, paralizza ogni azione collettiva anche di fronte a palesi violazioni del diritto internazionale.



