di Valentina Giulia Milani
Con la proposta di estendere di due anni il mandato del presidente Emmerson Mnangagwa, lo Zimbabwe rischia di aggiungere il proprio leader alla lista dei “dinosauri” della politica africana, quei capi di Stato rimasti al potere per decenni attraverso emendamenti costituzionali o modifiche dei limiti di mandato.
L’Unione nazionale africana dello Zimbabwe – Fronte patriottico (Zanu-Pf) ha infatti annunciato l’avvio di un percorso per prolungare la presidenza fino al 2030. Da al-Jazeera si apprende che la decisione è stata approvata nel fine settimana durante la conferenza annuale del partito a Mutare, nell’est del Paese, dove i delegati hanno incaricato il governo di avviare la redazione di una legge per modificare la Costituzione, come ha confermato il ministro della Giustizia e segretario legale del partito, Ziyambi Ziyambi.
Mnangagwa, 83 anni, dovrebbe terminare il suo secondo mandato nel 2028, ma con questa mossa potrebbe restare in carica fino a 87 anni, avvicinandosi ai record di longevità politica del continente. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo governa la Guinea Equatoriale dal 1979, Paul Biya il Camerun dal 1982 e Yoweri Museveni l’Uganda dal 1986: tutti leader che hanno superato i 35 anni al potere, diventando simboli di un modello di presidenza a tempo indeterminato.
Qualsiasi proroga per Mnangagwa richiederebbe una modifica costituzionale e, secondo esperti legali citati dai media locali, probabilmente anche un referendum. L’approvazione della mozione ha suscitato applausi tra i delegati, rafforzando il carattere securitario del potere della Zanu-PF, che controlla il Parlamento. Tuttavia, alcuni osservatori interni avvertono che non è escluso un ricorso legale.

Salito al potere nel 2017 dopo la caduta di Robert Mugabe, Mnangagwa si è sempre definito “un costituzionalista” e ha negato l’intenzione di restare oltre i limiti di mandato. Ma da mesi i suoi sostenitori spingono per una proroga, mentre una parte del partito, vicina al vicepresidente Constantino Chiwenga, si oppone apertamente.
Blessed Geza, veterano della guerra di liberazione e alleato di Chiwenga, ha utilizzato trasmissioni in diretta su YouTube per condannare l’iniziativa, attirando migliaia di spettatori. Le chiamate alla mobilitazione popolare non hanno avuto seguito, anche a causa del massiccio dispiegamento di polizia a Harare e in altre città. Mnangagwa non ha fatto alcun riferimento all’estensione del mandato nel discorso conclusivo della conferenza, mentre Chiwenga non ha commentato.
L’iniziativa arriva in un contesto economico difficile: sotto la sua guida, lo Zimbabwe ha affrontato un crollo economico segnato da iperinflazione, disoccupazione e accuse di corruzione. I critici accusano la Zanu-PF di reprimere il dissenso, indebolire la magistratura e svuotare le elezioni di significato democratico.
Il leader dell’opposizione Tendai Biti ha dichiarato su X che “la Costituzione sarà difesa da ogni tentativo di manipolazione a fini autoritari”. Intanto dieci attivisti anziani, di età compresa tra i 60 e i 70 anni, sono stati arrestati venerdì ad Harare per aver organizzato una manifestazione che chiedeva le dimissioni del presidente. Sono accusati di aver tentato di incitare alla violenza pubblica e resteranno in custodia fino all’udienza di lunedì.
Secondo alcuni analisti, le manovre interne al partito riflettono una crescente lotta per la successione: una fazione punta a mantenere Mnangagwa fino al 2030, mentre un’altra prepara il terreno per l’ascesa di Chiwenga, ex generale e protagonista del colpo di Stato che depose Mugabe nel 2017.

In Africa, i leader con il più lungo periodo al potere restano Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, alla guida della Guinea Equatoriale dal 1979 e che ha già annunciato l’intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni previste nel 2027, seguito da Paul Biya, presidente del Camerun dal 1982, che si è ricandidato alle elezioni del 12 ottobre, i cui risultati ufficiali non sono ancora stati pubblicati ma che lo danno ampiamente favorito per un ottavo mandato, e Yoweri Museveni, che governa l’Uganda dal 1986 e che ha annunciato la sua candidatura anche per le presidenziali del 2026. Tutti e tre hanno consolidato il proprio controllo attraverso elezioni regolarmente contestate e riforme costituzionali che hanno eliminato i limiti di mandato.
A loro si aggiunge Faure Gnassingbé, figlio dello storico leader togolese Gnassingbé Eyadéma, in carica dal 2005 e oggi e primo ministro, che si prepara a ricandidarsi alle prossime elezioni previste nel 2026.
Se Mnangagwa riuscisse a ottenere l’estensione al 2030, si unirebbe a questa cerchia di capi di Stato che, tra riforme costituzionali e crisi democratiche, hanno fatto della permanenza al potere la propria cifra politica.



