di Marisa Cocchiaro – Centro Studi Amistades
Le infiltrazioni criminali influenzano la catena di approvvigionamento di materie prime critiche come il litio, e le condizioni di vita delle persone coinvolte nelle fasi di estrazione e smistamento. In Zimbabwe, nonostante gli sforzi del governo, il traffico illecito di questo materiale non sembra cessare
La corsa alle materie prime in Africa rischia di alimentare la corruzione, il contrabbando e una serie di problem i sociali, ambientali e di governance. Il litio è uno di queste materie prime, spesso è infatti chiamato “oro bianco” data la sua importanza nel settore delle energie rinnovabili. Lo Zimbabwe possiede le maggiori riserve di litio in Africa e si stima che potrebbe arrivare a coprire fino al 20% della domanda globale. Nonostante ciò, non gli è possibile sfruttare tutto il suo potenziale a causa di una serie di limitazioni: in primo luogo, l’esportazione delle materie prime grezze ha permesso per anni la perdita di una gran parte del valore aggiunto ottenuto nelle fasi della trasformazione nel materiale; inoltre, molti siti minerari sono gestiti da multinazionali, soprattutto cinesi, che non apportano grandi benefici occupazionali alla popolazione locale e che contribuiscono all’inquinamento ambientale; in ultimo, il Paese ha un‘economia mineraria caratterizzata da un lato da imprese formali ad alta intensità di capitale e dall’altro da un ampio settore informale. A seguito dell’aumento della domanda globale, il governo di Harare ha inserito il litio al centro della sua politica di sviluppo economico, a partire da Vision 2030 (2016), con l’obiettivo di trasformare l’industria mineraria in un settore da 12 miliardi di dollari all’anno cercando, da un lato, di attirare capitali esteri e, dall’altro, di proteggere la risorsa vietando l’esportazione come materiale grezzo.
L’ascesa delle materie prime critiche e l’infiltrazione criminale
I minerali critici per la transizione energetica o materie prime critiche, come il litio, sono minerali essenziali per le tecnologie a basse emissioni di carbonio. Impiegati tanto per la transizione verde, quanto nell’industria elettronica e in quella della difesa. La volontà, a livello globale, di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050 ha causato un forte aumento della domanda di questi minerali, trasformandoli in risorse economicamente e politicamente strategiche. La loro estrazione però spesso non rispetta i requisiti minimi dal punto di vista etico portando a un allontanamento da tutta una serie di obiettivi compresi nell’Agenda 2030 , a un vero e proprio paradosso della transizione sostenibile.
L’enorme divario tra la domanda globale e l’offerta tramite canali legali ha creato un’opportunità di rendimento per il crimine organizzato. L’infiltrazione criminale nei processi di produzione di questi minerali si configura tramite una complessa rete di attori, di cui fanno parte gruppi criminali, societá di copertura, minatori artigianali che contribuiscono al mercato illecito del minerale, ma anche élites, politici e funzionari corrotti. La corruzione costituisce l’elemento fondamentale in tutte le fasi: dalla corruzione dei funzionari per ottenere licenze di esplorazione e concessioni terriere, alla falsificazione dei documenti di esportazione, alla corruzione di guardie alle frontiere. Si possono verificare inoltre infiltrazioni criminali nella catena di approvvigionamento del litio sotto forma di reati finanziari e riciclaggio di denaro. Questi ultimi causano gravi perdite di entrate ai Paesi produttori, in contesti in cui è difficile identificare e tracciare transazioni sospette.
Il caso del litio in Zimbabwe
Il governo dello Zimbabwe mira a ottenere il massimo valore economico da questa risorsa, attraverso la lavorazione e la produzione di batterie all’interno del Paese: l’obiettivo è di sfruttare le sue vaste riserve di litio per di diventare un’economia a reddito medio-alto. Gli obiettivi sono peró ostacolati dalla difficoltá nell’inclusione delle attivitá illegali nel Pil e dal fatto che il settore del litio è fortemente influenzato da aziende private sostenute dallo Stato cinese con compagnie come Zhejiang Huayou Cobalt o Sinomine Resource Group. Mentre nel panorama estrattivo figurano anche società quotate europee, inglesi e – fino al 2023 – canadesi e australiane, il 90% dei progetti di estrazione del minerale sono controllati da entitá affiliate con la Cina. Questo rapporto, radicato nelle storiche politiche di “Look East”, spesso si traduce in un colonialismo verde, in cui il capitale straniero estrae risorse con scarsa responsabilità locale, sostenuto dalla collusione tra Stato e imprese. Dinamica, questa, che non si limita al caso dello Zimbabwe ma che coinvolge gran parte dei Paesi ricchi di minerali essenziali. Per evitare questo tipo di dinamiche nel 2022 e poi di nuovo nel 2026 Harare ha imposto un divieto di esportazione del litio nella speranza di portare all’interno del Paese la produzione di batterie.
Inoltre, le modalità di estrazione hanno portato anche a gravi danni socio-ecologici e violazioni dei diritti umani. Da un lato, le attività minerarie hanno causato un significativo degrado ambientale, tra cui profondi canaloni, deforestazione e inquinamento delle fonti idriche. Dall’altro, le comunità delle zone ricche di litio come Buhera e Mutoko subiscono sfollamenti forzati; i lavoratori sono spesso vittime di pratiche lavorative inique e vivono in condizioni di vita pericolose e squallide.
La transizione verde promette sostenibilità. Ma in Zimbabwe lascia crateri, fonti di acqua inquinate e villaggi sfollati. In questo contesto, il contrabbando e l’estrazione informale di minerali non sono quasi mai solo semplice criminalità, ma rappresentano vere e proprie strategie di sopravvivenza per le popolazioni locali, spinte all’illegalità da politiche statali e burocrazie che favoriscono le grandi multinazionali e le escludono dalle ricchezze del loro stesso territorio. Portando alla perdita di fino a 100 milioni di dollari al mese nel contrabbando di minerali critici.
Reti di contrabbando passate e presenti
Le basi per il traffico illecito nel settore minerario dello Zimbabwe, con le reti di corruzione che lo permettono, sono state gettate durante la corsa ai diamanti di Marange e ampliate attraverso il commercio illegale dell’oro. La scoperta di vasti giacimenti di diamanti a Marange nel 2006 è stata subito seguita da un massiccio afflusso di minatori artigianali e dalla rapida crescita di reti illegali di commercio transfrontaliero. In risposta, lo Stato ha lanciato operazioni militari repressive attivamente finanziate tramite l’utilizzo dei diamanti di Marange, instaurando una profonda collusione tra alti funzionari politici, leader militari e rappresentanti della banca centrale. Questa solida rete di corruzione politica e istituzionale è stata ulteriormente consolidata e smascherata dallo scandalo della “mafia dell’oro”. L’inchiesta di Al Jazeera ha messo in evidenza il ruolo di importanti personaggi all’interno delle élites politiche del Paese che contrabbandavano oro dallo Zimbabwe a Dubai tramite una raffineria di proprietà della banca centrale per ripulire il denaro sporco in cambio di valute straniere piú forti. Al centro di questo schema figurava Henrietta Rushwaya, la presidente della Zimbabwe Miners Federation (Zmf), nonché legata alla famiglia del Presidente Mnangagwa alla guida del partito Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (Zanu-Pf) che governa il paese dal 1980.
Queste stesse reti sono state poi sfruttate per il contrabbando di litio nonostante i divieti di esportazione imposti dal governo stesso. Nelle miniere di Sandawana nel 2022 si stimava che i minatori artigianali fossero intorno ai 5.000 e che il ricavato finisse tutto nelle mani di commercianti che lo trasportavano in Sudafrica. Per evitare queste perdite di capitale, il governo ha imposto un divieto di esportazione del litio grezzo nel 2022. Poco dopo le miniere di Sandawana sono andate in concessione alla Zmf di Rushwaya e i minatori artigianali dell’area sono stati sfrattati. Le stesse élites implicate nel traffico di oro si sono cosí trovate ad avere il controllo diretto su un’enorme fornitura di litio e a essere esentate dal divieto di esportazione ancora in vigore nel 2023. Poco dopo, Landela Investments acquistò la miniera sotto la guida di Kudakwashe Tagwirei, un alleato del Zanu-Pf chiamato “Queen Bee” per il suo immenso controllo sul governo. Tagwirei ha poi trasferito la miniera a Kuvimba Mining House, una partnership pubblico-privata legata alle sue reti finanziarie offshore, accusata dalle comunitá locali di aver permesso che lo sfruttamento del litio e i traffici illeciti connessi impedissero alla popolazione di beneficiare delle proprie risorse naturali, come previsto dalla Costituzione. Restano coinvolti inoltre la Zimbabwe Defence Industries a cui è stata concessa un’autorizzazione speciale che le conferiva il diritto esclusivo di esportare litio grezzo in Cina, e la Minerals Marketing Corporation of Zimbabwe, un ente statale che garantisce che il minerale raggiunga la Cina nonostante il divieto nazionale. Entrambe sono sanzionate da Usa e Ue.
In questo modo si è creata una rete di traffici illeciti che coinvolge attori politici ed economici: una rete stabile e consolidata, costruita originariamente per il traffico di diamanti e oro, che ora consente il contrabbando del litio.
I divieti di esportazione del litio
Quando lo Zimbabwe ha istituito nel 2022 la Legge sul controllo delle esportazioni di minerali di base che vieta l’esportazione di minerali di litio grezzi e non arricchiti, l’obiettivo era quello di costringere le aziende a costruire impianti di lavorazione locali, in modo da effettuare l’arricchimento del materiale in loco per acquisire più valore economico e frenare il contrabbando. Nonostante il divieto, milioni di dollari di litiogrezzo continuano ad essere contrabbandati fuori dallo Zimbabwe, principalmente verso la Cina.
Di recente, il 25 febbraio 2026, Harare ha annunciato un nuovo blocco alle esportazioni di minerali grezzi, poi ufficialmente ratificato il 3 Marzo. Visto che la Cina è il maggiore importatore del litio proveniente dallo Zimbabwe, che sia tramite mercati leciti o meno, l’annuncio ha immediatamente fatto alzare i prezzi sul mercato cinese. Intanto, compagnie come Sinomine e Yahua si stanno impegnando nella costruzione di impianti di lavorazione siti in Zimbabwe per rispettare le leggi locali, allineandosi agli obiettivi di localizzazione a lungo termine. Gli effetti di questa politica saranno però evidenti a fine aprile quando le scorte di litio accumulate nelle raffinerie cinesi si esauriranno. A quel punto, ci si potrebbe aspettare un vero e proprio forte aumento dei prezzi e un impatto concreto sulla produzione, se il blocco dovesse continuare. La domanda di litio sul mercato nero potrebbe quindi aumentare e il successo della strategia di Harare fine al perfezionamento della raffinazione del litio a livello domestico, risulterebbe ancora una volta ostacolato dalla necessità di normative più severe contro la corruzione. Questo suggerisce un rischio che le stesse dinamiche del 2022-2023 si verifichino di nuovo portando, di fatto, a un aumento del traffico illecito di materie prime.
I network criminali ben consolidati, i controlli resi inefficaci dalla corruzione e la crescita della domanda sul mercato illecito rischiano di allontanare il Paese dalla sua Vision 2030. Senza affrontare la corruzione sistemica, i divieti di esportazione fungono da dichiarazione di intenti e finché la trasparenza dei processi di produzione e vendita non migliorerá, la corsa al litio continuerà ad arricchire entità straniere ed élite corrotte piuttosto che il popolo dello Zimbabwe.


