di Stefano Pancera
Nelle ultime settimane qualcosa di profondo si è incrinato nell’anima della Tanzania. Mai prima d’ora il Paese aveva visto giovani e cittadini comuni scendere in strada in numeri tali da mettere a rischio la propria vita. Qualunque cosa accada nelle prossime giornate, il 9 dicembre – anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna – la vicenda sarà tutt’altro che chiusa.
C’è un proverbio swahili che dice: “se tieni nascosta una malattia alla fine sarà la morte a smascherarti” (mficha maradhi, kifo humuumbua). Un monito contro il silenzio, a parlare invece di “stringere i denti”. Lo scorso 29 ottobre molti ragazzi della Gen Z tanzaniana non sono stati in silenzio.
Cinque giorni di coprifuoco diurno, internet spento, mano libera alla polizia e all’esercito per soffocare nel sangue le proteste. Quelle che erano iniziate come manifestazioni pacifiche si sono trasformate in guerriglia urbana. La risposta dello Stato è stata brutale e sproporzionata.
Mai prima d’ora in Tanzania ragazzi e comuni cittadini erano scesi in strada in numero abbastanza grande da rischiare la loro vita, i loro mezzi di sussistenza e la loro pace da sempre difesa.
Così per evitare che il 9 dicembre (prossimo anniversario dell’indipendenza del paese dall’Inghilterra) diventi occasione per una nuova protesta, il governo di Samia Suluhu Hassan ha giocato d’anticipo: niente cerimonie ufficiali per il 64° anniversario dell’indipendenza, e soprattutto divieto assoluto di qualunque tipo di manifestazione pacifica. La presidente teme un bis e chiude tutto.
Non solo, ma attraverso avvisi SMS di massa inviati alla popolazione la polizia ha chiesto a chiunque di segnalare eventuali possibili attivisti sospetti. In quello che avrebbe dovuto essere un clima di festa e di orgoglio, la polizia chiuderà anche le aree portuali di Dar es Salaam bloccando tutte le strade che portano dentro e fuori dal porto; in quel giorno per il possibile blocco di internet le previsioni si sprecano.

Ma gli attivisti, se ci riusciranno, tenteranno di trasformare la giornata del 9 dicembre anche in un evento regionale: dal Kenya potrebbero partire iniziative di solidarietà, e persino l’Uganda (in campagna elettorale per il voto di gennaio) potrebbe vedere scendere in piazza chi si oppone alla deriva autoritaria di Dar es Salaam.
La presidente Samia Suluhu Hassan in questi giorni ha personalmente rafforzato la linea dura. Il 2 dicembre in un discorso alla nazione ha affermato che l’azione delle forze dell’ordine contro i ragazzi del 29 ottobre era ampiamente giustificata, sostenendo (citiamo testualmente dal discorso) che “a quel tipo di protesta non si poteva applicare il diritto costituzionale, l’uso della forza da parte della polizia è stato legittimo e necessario”.
In queste settimane qualcosa di fondamentale si è spezzato nell’anima della nazione. Un governo può perdere le elezioni e riprendersi. Può perdere una battaglia politica e adeguarsi. Ma quando chiude ogni canale di comunicazione mentre la polizia spara contro dei manifestanti, quando fa sparire chi dissente, allora perde qualcosa che nessuna improbabile vittoria al 97,66% potrà mai restituirgli: la dignità.
Il governo insiste nel denunciare fantomatiche “oscure forze esterne” (una narrazione tipica e tutt’altro che casuale) e a rifiutarsi di fornire dati ufficiali dei morti durante gli scontri. Ma, secondo molte fonti presso gli ospedali del Paese, e non solo, i morti sarebbero nell’ordine delle migliaia, in gran parte ragazzi tra i 16 e i 25 anni.
“Per riavere il corpo di mio figlio ho dovuto firmare che non era morto a causa di un’arma da fuoco” ci confida una madre che chiede di restare anonima. Ma lei almeno il corpo lo ha avuto indietro, mentre non si contano i racconti di corpi scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni non identificate.
La mancanza di queste risposte aggrava il dolore delle famiglie che hanno perso i propri cari e favorisce una pericolosa cultura del “nessuno è da ritenere responsabile”.

Quello che sta accadendo in Tanzania, che da sempre è considerato un paese tranquillo (lo ricordiamo, non ha mai visto né guerre né colpi di Stato), secondo alcuni analisti sarebbe anche il risultato di una spaccatura interna al partito del Chama Cha Mapinduzi (CCM) al potere da solo ininterrottamente da oltre 60 anni.
Un’ala dura e isolazionista al comando, contro una minoranza che vorrebbe invece continuare un percorso verso un sistema meno autoritario. Il Chama cha Mapinduzi ha alimentato nel tempo al proprio interno una cultura di finta unanimità politica, conosciuta localmente come “uchawa” (servilismo in lingua swahili).
Dopo che il Parlamento Europeo ha approvato all’unanimità una risoluzione di condanna sui diritti umani in Tanzania e ha chiesto di bloccare il pacchetto di finanziamenti per 156 milioni di euro previsto per il 2026, anche gli Stati Uniti hanno annunciato una revisione profonda delle relazioni bilaterali con la Tanzania.
Le ambasciate a Dar es Salaam di Regno Unito, Canada, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Norvegia, Svizzera, insieme alla Delegazione dell’Unione europea hanno diffuso una dichiarazione ufficiale congiunta sulle violenze seguite alle recenti elezioni in Tanzania. Vi si legge testualmente:
“Rapporti credibili di organizzazioni nazionali e internazionali mostrano prove di uccisioni extragiudiziali, sparizioni, arresti arbitrari e occultamento di corpi. Chiediamo alle autorità di consegnare con urgenza alle famiglie tutte le salme delle persone decedute, di rilasciare tutti i prigionieri politici e di garantire ai detenuti assistenza legale e medica…”

Indipendentemente da quello che avverrà nelle strade, il 9 dicembre, la vicenda è tutt’altro che conclusa. I ragazzi tanzaniani, che rappresentano la maggioranza della popolazione di un paese dove l’età media è di 19 anni, vogliono risposte e, anche nel silenzio, non dimenticheranno mai più quanto accaduto.
Le élite politiche spesso si erodono lentamente, attraverso principi dimenticati, ingiustizie tollerate e leader che scambiano il silenzio per la stabilità.
Le ferite del 29 ottobre restano aperte e continueranno a bruciare nella memoria collettiva del paese. I tanzaniani sono notoriamente pazienti, frenati, miti e da sempre impegnati nell’armonia sociale. Se si sono messi in pericolo, se hanno rischiato la vita, è stato perché qualcosa si è rotto per sempre, oltre i limiti di ogni possibile tolleranza.



