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Edizione del 23/10/2026

© Rivista Africa
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

kenya

    FOCUS

    All’Africa Media Festival di Nairobi il continente si riappropria della sua narrazione

    di Tommaso Meo 27 Febbraio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Dall’evento keniano emerge un ecosistema mediatico che rivendica autonomia narrativa, resilienza organizzativa e controllo critico della tecnologia. Tra pressioni politiche, intelligenza artificiale e nuovi pubblici, i media diventano infrastruttura democratica e strategica. Un passaggio chiave anche per l’Europa, chiamata a confrontarsi con un’Africa sempre più capace di raccontarsi e governarsi.

    di Michele Vollaro

    Tra i viali e gli spazi del National Museum di Nairobi, in Kenya, si respira un’energia vibrante, alimentata da una platea di giornalisti, creativi e tecnologi la cui età media rispecchia fedelmente la demografia del continente più giovane del mondo. È in questa cornice di effervescenza culturale e tecnologica che si è aperta ieri la quarta edizione dell’Africa Media Festival. Organizzato da Baraza Media Lab – non una semplice non profit keniana focalizzata sulla libertà dei media, ma un vero e proprio polo di innovazione, un incubatore e uno spazio di co-creazione che negli ultimi anni si è affermato come un’eccellenza nazionale facendo da motore all’intero ecosistema informativo dell’Africa orientale – l’evento ha riunito oltre 200 delegati provenienti da quasi 40 Paesi. Il tema di quest’anno, “Resilient Storytelling: Reimagining Media Freedom”, si intreccia con un obiettivo di fondo di grande interesse per gli osservatori economici e politici: la sovranità narrativa.

    Sovranità narrativa e futuro dei media africani

    A tracciare la rotta, prima ancora di entrare nel vivo dei lavori, è stato il discorso di apertura dal giornalista ugandese, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Baraza Media Lab, Daniel Kalinaki che ha spiegato come i professionisti del settore siano oggi chiamati a esaminare le nuove dinamiche industriali modellate dalla geopolitica e dalle tecnologie emergenti. I media africani, ha sottolineato Kalinaki, hanno dimostrato grande resilienza di fronte agli sconvolgimenti tecnologici, alla volatilità geopolitica e alle pressioni finanziarie, in un panorama in cui le startup dell’informazione stanno giocando un ruolo di primo piano nel rimodellare le narrazioni del continente. I manager del settore, ha avvertito, devono però prepararsi ad affrontare sfide impellenti come il cambiamento delle preferenze del pubblico, la monetizzazione dei contenuti e la forte concorrenza delle piattaforme social.

    Potere, rappresentazione e nuove voci

    Un richiamo all’azione, quello di Kalinaki, che ha fatto da sponda ideale al successivo dibattito animato dal ghanese Kofi Dotse e dalla keniana Harriet Owala dedicato nello specifico alla politica del giornalismo di viaggio. I due giornalisti hanno esaminato come questo settore abbia storicamente plasmato le percezioni sul continente attraverso prospettive puramente esterne. Per decenni, infatti, i racconti sui paesaggi, le culture e le comunità africane sono stati prodotti quasi esclusivamente da corrispondenti e istituzioni mediatiche straniere, influenzando non solo l’immaginario globale, ma le stesse dinamiche di potere e i conseguenti esiti economici. Oggi, però, giornalisti e narratori locali stanno cominciando a rivendicare attivamente quell’autorità narrativa, alimentando un movimento che mette al centro l’esperienza vissuta, il contesto culturale e le competenze del territorio. Un passaggio cruciale che non si limita a una mera questione di rappresentanza, ma che punta a ripristinare una vera e propria capacità d’azione.

    Redazioni sotto pressione

    I dibattiti della prima giornata si sono poi spinti all’interno dell’industria dell’informazione, guardando fin dentro i suoi ingranaggi operativi. Il talento, da solo, non basta. Nel suo intervento, Anita Eboigbe di Big Cabal Media – gruppo editoriale digitale nigeriano che si muove al crocevia tra giornalismo, business e management – ha ricordato in modo netto come le redazioni non falliscano per mancanza di creatività, ma per disfunzioni operative, flussi di lavoro frammentati e instabilità finanziaria. Serve, insomma, ricostruire la “macchina” organizzativa partendo dalle fondamenta.

    Una necessità che diventa ancora più urgente se si considerano le pesanti minacce esterne che incombono sulla stabilità democratica e geopolitica del continente. Le sessioni pomeridiane hanno infatti acceso i riflettori su come i sistemi legali – dalle leggi sulla diffamazione a quelle sui crimini informatici – vengano sempre più utilizzati dai governi come armi per reprimere la stampa. A questo si aggiunge la difficoltà estrema di operare in aree di crisi profonda. Un panel animato da giornalisti e analisti come Marystella Simiyu, Jonas Kiriko e Tom Rhodes, ha analizzato il triplo rischio rappresentato da clima, conflitto e censura in contesti critici come la Repubblica democratica del Congo e il Sudan, dove documentare lo sfruttamento delle risorse e le violazioni dei diritti umani è tanto essenziale quanto pericoloso. Di fronte a queste pressioni sistemiche, la difesa dell’informazione non può essere lasciata al coraggio del singolo cronista. Come ha evidenziato Francesca Ekondaho del Pulitzer Center, la resilienza va intesa come “un sistema, non la storia di un eroe”, richiedendo un’infrastruttura collettiva, un network di supporto legale e modelli organizzativi forti per proteggere i professionisti prima ancora che la minaccia si concretizzi.

    Quando la tecnologia diventa una questione editoriale

    È proprio all’interno di redazioni strutturate e resilienti che l’innovazione tecnologica può dispiegare il suo vero potenziale, senza trasformarsi in un boomerang. Le nuove tecnologie, in questo scenario, assumono un ruolo centrale ma ambivalente. Da un lato, il potenziale di indagine è enorme: lo ha dimostrato il giornalista investigativo keniano Mike Yambo, presentando un nuovo strumento basato sull’intelligenza artificiale in grado di rilevare, verificare e analizzare dati complessi sfruttando l’open-source intelligence e i segnali dei social media. Dall’altro, i rischi etici restano altissimi. Sam Moseti, responsabile dei partenariati e dello sviluppo dei programmi per l’Africa subsahariana dell’olandese RNW Media, ha infatti avvertito la platea che un uso opaco e non regolamentato dell’intelligenza artificiale rischia di minare definitivamente la fiducia del pubblico: la trasparenza e la supervisione umana devono rimanere pilastri ineludibili per chi fa impresa nell’informazione.

    Ma come si costruisce, oggi, una redazione capace di bilanciare queste forze? A questa domanda ha cercato di rispondere un seminario interattivo che ha invitato i partecipanti a immaginare un’azienda editoriale africana creata da zero. La sessione, animata dai giornalisti ed esperti del settore, ha analizzato le dure realtà quotidiane affrontate dai professionisti – dal burnout alle minacce per la sicurezza, fino all’instabilità finanziaria – per poi concentrarsi sul ruolo dell’automazione. L’obiettivo emerso dal confronto non è subire l’innovazione, ma governarla: usare la tecnologia per migliorare l’efficienza operativa, mantenendo però sempre centrali il giudizio umano, l’indipendenza editoriale e il controllo etico. Il risultato è stato un vero e proprio modello di riferimento operativo per la redazione del futuro, capace di integrare le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione (Ict) in modo ponderato per costruire sistemi mediatici sostenibili.

    Il futuro dei media africani viene insomma costruito intenzionalmente e in tempo reale. In questa transizione un ruolo chiave lo gioca il formato emergente dei podcast, capace di dare voce e potere a una nuova generazione di creatori. Ne è stata una dimostrazione plastica l’incontro serale animato da James Smart e Njeri Mwangi, registrato in diretta dal vivo proprio da Afripods, piattaforma keniana fondata nel 2017 e divenuta rapidamente una delle più grandi dell’intero continente. Durante la sessione è emerso chiaramente come la responsabilità dell’informazione non ricada più solo sui redattori tradizionali: oggi è il pubblico, in particolare i giovani della GenZ, a partecipare sempre più attivamente all’interpretazione e all’amplificazione delle storie.

    L’Europa di fronte a un’Africa che si racconta da sola

    Guardare con attenzione a questo fermento ha un’importanza strategica fondamentale per l’Europa. In un panorama internazionale segnato da una forte competizione geopolitica e dal rischio costante di ingerenze esterne, un mercato dell’informazione africano maturo, sicuro e capace di padroneggiare la tecnologia per contrastare la disinformazione rappresenta la prima infrastruttura immateriale necessaria per tutelare la stabilità della regione. Per i Paesi a nord del Mediterraneo, interfacciarsi con un’Africa in grado di raccontarsi da sola significa poter abbandonare definitivamente le vecchie lenti paternalistiche. Sostenere e comprendere questo ecosistema è il presupposto per costruire partenariati economici e politici paritari e molto più solidi, basati sulla trasparenza dei mercati e su una comprensione reale e profonda delle dinamiche locali.

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