di Enrico Casale
Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele segna una svolta geopolitica nel Corno d’Africa. Dopo decenni di isolamento diplomatico, l’appoggio di un attore internazionale di rilievo rompe un fragile equilibrio e riapre il dibattito sulle frammentazioni statali nel continente. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto S. Pio V.
Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele ha riacceso una delle partite geopolitiche più delicate del Corno d’Africa. Dopo oltre trent’anni di esistenza de facto, il territorio separatista somalo ottiene per la prima volta l’appoggio formale di un attore internazionale di rilievo (in passato era stato riconosciuto solo da Taiwan), rompendo un equilibrio che finora aveva retto sulla prudenza diplomatica e sul timore di nuove frammentazioni nel continente.
Secondo Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto S. Pio V, la mossa israeliana va letta soprattutto in chiave strategica. “Israele cerca un vantaggio nel Mar Rosso, snodo cruciale per il commercio globale e cerniera tra Africa e Medio Oriente”, spiega Dentice. Il riconoscimento del Somaliland diventa così una leva per rafforzare la presenza israeliana lungo le rotte marittime e, allo stesso tempo, per “incrinare il fronte arabo-musulmano, anche sul dossier palestinese”.
La posizione geografica è centrale. Con oltre 800 chilometri di costa sul Golfo di Aden, il Somaliland controlla uno dei passaggi più sensibili tra Oceano Indiano e Mar Rosso. In un contesto segnato dagli attacchi alle navi e dalle tensioni legate allo Yemen, Tel Aviv vede in Hargeisa un interlocutore relativamente stabile. “Dividere il mondo arabo conviene a Israele, mentre l’unità, anche solo nominale, lo penalizza”, sottolinea Dentice, ricordando come questa strategia si intrecci con la logica degli Accordi di Abramo e con l’asse informale con gli Emirati Arabi Uniti.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono, da anni, presenti nel porto di Berbera, trasformato dagli investimenti di DP World in uno scalo sempre più competitivo. Un tassello economico che rafforza il peso del Somaliland e ne alimenta le ambizioni di legittimazione internazionale. Per Hargeisa, l’appoggio israeliano è visto come un possibile apripista capace di spingere altri Paesi a riconsiderare la propria posizione.

Di segno opposto la reazione della Somalia, che considera il gesto una violazione della propria sovranità e teme un effetto domino sulle spinte separatiste interne (in primis Jubaland e Puntland). Nel mondo arabo e africano prevale invece una linea filo-somala: Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Turchia e diversi Paesi dell’Africa orientale sostengono l’integrità territoriale di Mogadiscio, come osserva Dentice, parlando di “una spaccatura crescente, ma non ancora irreversibile”.
In questo quadro, l’Unione Europea resta ai margini. “Non ha avuto finora alcun ruolo, nonostante i suoi interessi militari e strategici nell’area, a partire da Gibuti (dove esistono diverse basi europee)”, osserva l’analista, mentre l’attenzione di Bruxelles è assorbita da altri fronti di crisi. Più defilata, ma attenta, la Cina, che mantiene rapporti con tutti gli attori e monitora ogni evoluzione, anche alla luce della sua base a Gibuti e dei legami con l’Etiopia. Speculare la posizione degli Usa: attraverso la vice ambasciatrice Tammy Bruce all’Onu, gli Stati Uniti hanno difeso il diritto di Israele di procedere al riconoscimento, criticando i “doppi standard” del Consiglio di Sicurezza, pur precisando che la politica americana sul tema non è cambiata.
Il caso Somaliland, dunque, va oltre la legittimazione di uno Stato non riconosciuto. È un segnale che rischia di ridisegnare equilibri fragili nel Corno d’Africa, trasformando una questione locale in un nodo centrale della competizione geopolitica globale.
Nella giornata di ieri il governo federale somalo ha revocato di tutti gli accordi in vigore con gli Emirati Arabi Uniti (Eau), motivando la decisione con la necessità di tutelare sovranità, unità nazionale, integrità territoriale e ordine costituzionale.
La misura è stata adottata durante una riunione del Consiglio dei ministri a Mogadiscio. In una nota diffusa anche sul profilo Facebook del ministero degli Esteri, l’esecutivo ha precisato che la cancellazione riguarda accordi e intese con “agenzie governative, entità e amministrazioni regionali” e che include, in particolare, la cooperazione legata ai porti di Berbera, Bosaso e Kismayo, citando “prove” di azioni che avrebbero mirato a compromettere l’indipendenza politica della Somalia.
I ministri hanno inoltre revocato tutti i patti bilaterali esistenti tra Mogadiscio e Eau, compresi quelli su sicurezza e difesa, ribadendo l’impegno a proteggere l’assetto costituzionale e invitando i partner internazionali a rispettare l’integrità territoriale del Paese.
La decisione arriva in un contesto di crescente frizione diplomatica: secondo ricostruzioni di media internazionali e locali, le tensioni sarebbero aumentate dopo la segnalata decisione somala di vietare l’ingresso nello spazio aereo nazionale a voli militari e cargo riconducibili agli Eau, in relazione a un presunto episodio di violazione della sicurezza con un aeromobile militare non autorizzato.
Fonti di stampa riferiscono inoltre che, a seguito del divieto, personale militare e attrezzature emiratine sarebbero stati in fase di ritiro da alcune postazioni nel Paese.


