di Mario Ghirardi
Quasi 680mila imprese, una crescita del 50% in quindici anni e una presenza sempre più strutturata nel tessuto produttivo italiano: il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria del Centro Studi Idos fotografa un universo in espansione in cui i marocchini guidano la classifica, mentre pakistani e bangladesi segnano le crescite più sostenute
Gli immigrati d’origine africana, primi fra tutti i marocchini, sono in cima alla lista di coloro che hanno trovato nel nostro Paese la possibilità di lanciarsi alla guida di attività economiche indipendenti. È infatti in continua crescita in Italia l’eterogeneo universo del commercio e della piccola imprenditorialità che si muove grazie all’impegno profuso dai migranti anche di origine extra comunitaria, e che pure è spesso molto sottovalutato. Basti pensare che in meno di 15 anni, pur segnati dalla crisi del 2008, dal Covid e dalle tensioni energetiche, questo tipo d’imprese è addirittura aumentato del 50%, arrivando oggi a quasi 680mila unità e generando nuova occupazione.
Sono dati contenuti il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria presentato a Roma in questi giorni e realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con Cna, Confederazione nazionale di artigianato e piccola-media impresa. Il documento evidenzia la capacità dell’imprenditoria immigrata di rivitalizzare i contesti lavorativi locali, stimolandone tanto gli aspetti sociali quanto quelli economici, contando sull’apporto essenziale dato dalla componente femminile.
In cima alla classifica per numero di attività troviamo i cittadini marocchini, seguiti da romeni, cinesi e albanesi che consolidano le loro posizioni di vertice. Se per senegalesi e tunisini si registra una flessione, gli egiziani tengono il passo, pur venendo superati nel ranking da pakistani e bangladesi. Al di là dei numeri, il Rapporto scardina diversi stereotipi: sebbene le ditte individuali restino la maggioranza (72,4%), nell’ultimo quadriennio è emersa un’incisiva transizione verso forme societarie più strutturate.
Un secondo stereotipo riguarda la durata. Se resta alto il turnover, e soprattutto l’incidenza sulle nuove imprese aperte nel corso dell’anno (il 25,6% nel 2024), oggi, però, più di un terzo delle imprese immigrate (37,0%) ha alle spalle oltre 10 anni di attività. Un dato che attesta la crescita di esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale. Talmente integrate, ed è il terzo stereotipo incrinato dalle analisi, da essere sempre più presenti nelle catene di fornitura locali: tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane prese in esame da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni o servizi da imprese immigrate, per un valore di oltre 3 miliardi.
Un quarto stereotipo riguarda infine la «lenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attività (specializzazioni etniche)». Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5%), bangladesi (62,6%) e pakistani (46,8%), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66,0%) e romeni (55,4%) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34,0%), la manifattura (31,6%) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1%), nel tempo – e in modo accentuato negli ultimi anni – si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donne». E se l’edilizia e il commercio restano i settori trainanti dell’imprenditoria immigrata, dopo la pandemia si sta facendo strada un numero crescente di imprese impegnate nei servizi specialistici (immobiliari +32,6%, finanziari e assicurativi +25,4% dalla fine del 2020), in attività scientifiche e tecniche (+18,8%) e negli altri servizi (+26,0%). Una tendenza affiancata dalla inattesa flessione proprio del commercio (-6,6%) e dalla già consolidata ascesa di alberghi e ristoranti (+93,6% dal 2011).
Nel dettaglio, accanto al consolidato protagonismo dei piccoli imprenditori nati in Marocco (11,7% del totale), Romania (11,1%), Cina (10,4%) e Albania (8,7%), si è affermato il ruolo crescente di nuovi gruppi, a loro volta caratterizzati da una peculiare spinta verso l’attività indipendente. È il caso, soprattutto, di pakistani e bangladesi: tra il 2011 e il 2024, sullo sfondo della crescita generalizzata dei piccoli imprenditori di origine straniera (+31,5%), i primi sono più che triplicati (+206,3%) e i secondi più che raddoppiati (+117,2%), superando per numero sia gli originari dei Paesi meta dell’emigrazione italiana storica, sia gli immigrati da Senegal, Tunisia ed Egitto.
Da notare, inoltre, che i marocchini titolari d’impresa sono 56.400, forti soprattutto in commercio ed edilizia, in calo però negli ultimi quattro anni per l’arretramento del piccolo commercio nel Centro- Sud. Gli egiziani, in crescita nello stesso periodo, sono 20.800, in particolare titolari di imprese edili e di ristorazione, nonché di servizi alle imprese.
Non mancano comunque certamente le difficoltà d’integrazione. A questo proposito il Rapporto aggiunge che, per valorizzare il dinamismo occupazionale dei migranti e ridurre il fenomeno della precarietà e della sottoccupazione così diffuso, sia necessario che intervenga il fattore pubblico, semplificando la burocrazia, ampliando gli strumenti di finanziamento e accesso al credito, nonché coordinando un approccio tra i diversi livelli istituzionali onde creare una rete di servizi organica e ben distribuita sul territorio.


