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arte

    ArteIN VETRINANEWSStoria

    A Torino, una mostra accende i riflettori sulla violenza coloniale italiana in Libia

    di claudia 9 Giugno 2025
    Scritto da claudia

    A Torino, presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, (Via Modane 16) inaugura giovedì 12 giugno I Saw a Dark Cloud Rise, la mostra dell’artista, ricercatrice ed educatrice Alessandra Ferrini. L’esposizione propone una lettura critica e decoloniale dell’arte, della memoria storica e della tecnologia. Ferrini esplora le radici culturali e visive della violenza coloniale italiana in Libia, con particolare attenzione alla Guerra Italo-Turca (1911-12).

    Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta I Saw a Dark Cloud Rise, mostra personale di Alessandra Ferrini che propone una riflessione sulle interconnessioni tra immaginazione, tecnologia e ideologia. L’opera nasce da una lunga ricerca dell’artista sull’eredità della violenza coloniale perpetrata durante l’occupazione italiana della Libia. Allo stesso tempo, propone una serie di interrogativi aperti e linee di indagine che costituiscono la base per una nuova ricerca sulla genealogia delle fantasie tecnologiche fasciste e della loro spinta genocida.

    I Saw a Dark Cloud Rise si sviluppa in due sale e ruota attorno all’omonima videoinstallazione a tre canali, commissionata e prodotta dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. La prima sala, una sala di lettura, concepita dall’artista come uno “spazio di decompressione”, consente di espandere, collegare e contestualizzare i materiali impiegati nella videoinstallazione attraverso una serie di diagrammi e testi. Nella seconda, l’opera I Saw a Dark Cloud Rise esplora l’interazione tra immaginazione, tecnologie della visione e della guerra, propaganda e iconografia storica, analizzando come le nozioni di progresso e conflitto vengano comprese e utilizzate per affermare un’agenda e un immaginario imperialista collettivo. L’opera invita a riflettere sulla centralità della colonialità nelle pratiche occidentali di visione e visualizzazione, così come nella formazione di desideri e aspirazioni collettive.

    La mostra si concentra sugli anni spesso trascurati che precedono la Prima Guerra Mondiale, in particolare sulla Guerra Italo-Turca del 1911-1912, che portò all’occupazione coloniale italiana della Libia. Questo conflitto segnò l’introduzione dell’aeroplano e del bombardamento aereo nella storia militare, nonché lo sviluppo di nuovi usi bellici delle tecnologie wireless. La guerra in Libia e l’anno 1911 – cinquantenario dell’Unità d’Italia – sono fondamentali per comprendere come l’ideologia nazionalista liberale italiana, costruita sul mito del Risorgimento, abbia creato le condizioni per l’emergere del Fascismo. Allo stesso tempo, la mostra mette in luce le violente ripercussioni internazionali di tale ideologia, che contribuirono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e allo sviluppo di nuove tecnologie genocidarie per controllare e annientare i soggetti coloniali.

    Evidenziando l’impatto della Guerra Italo-Turca sullo sviluppo del Futurismo e dell’estetica e ideologia fascista, la mostra interroga il modo in cui la tecnologia è stata mitologizzata, sacralizzata e memorializzata. A incorniciare queste riflessioni è un’analisi del potere delle immagini e del desiderio nel plasmare l’immaginario e, di conseguenza, la politica. A partire da questo contesto, Ferrini propone una riconfigurazione di questa costellazione di immaginari per favorire pratiche liberatorie.

    I Saw a Dark Cloud Rise è stato ispirato da una visita dell’artista al Santuario di Oropa, nella provincia di Biella. Dedicato alla Madonna Nera di Oropa, il santuario si trova sul fianco di una montagna, affacciato su una valle. Qui, una targa commemorativa dedicata a Guglielmo Marconi e installata dal regime fascista afferma che la tecnologia wireless abbia avuto un’origine quasi divina: sarebbe infatti giunta a Marconi mentre contemplava la valle da quel punto. Inoltre, il santuario conserva una collezione di ex voto, tra cui un dipinto che fa riferimento al massacro di Shar al-Shatt del 1911, perpetrato dagli italiani contro la popolazione libica, che diede inizio al primo bombardamento aereo della storia. Da questi due elementi, Ferrini ha sviluppato un’ampia riflessione sulla “vista dall’alto” e su cosa costituisca uno sguardo imperialista italiano. Concentrandosi sulla nozione di white sight teorizzata da Nicholas Mirzoeff, il progetto mette in evidenza la continuità di modi di vedere e pensare proto-fascisti, che continuano a influenzare le letture positiviste del progresso e della tecnologia, così come l’interpretazione dell’arte futurista e razionalista.

    La mostra rappresenta l’esito di una lunga collaborazione tra la Fondazione e l’artista, sviluppata a partire dal 2018 nell’ambito di differenti progettualità espositive ed educative, spesso in dialogo con enti torinesi preposti alla tutela e valorizzazione della coscienza e della memoria storica e politica, come Biennale Democrazia, Polo del 900, Istoreto.

    Alessandra Ferrini (1984) è un’artista, ricercatrice ed educatrice italiana con base nel Regno Unito. Il suo lavoro è radicato nei lens-based media, nelle pratiche anticoloniali, negli studi critici sulla bianchezza e sulla memoria, nonché nelle metodologie storiografiche e archivistiche. Ferrini esplora le eredità persistenti del colonialismo e del fascismo italiano, con un interesse per le relazioni passate e presenti tra l’Italia, la regione mediterranea e il continente africano. La sua pratica spazia tra immagini in movimento, installazioni e performance-lecture, oltre che tra scrittura, editoria e progetti educativi. La sua opera Gaddafi in Rome: Anatomy of a Friendship è stata commissionata da Adriano Pedrosa per la 60ª Biennale di Venezia (Foreigners Everywhere, 2024) ed è stata presentata in anteprima al Festival Internazionale del Film di Rotterdam (IFFR 2025). Ferrini è la vincitrice del Maxxi Bvlgari Prize 2022 e dell’Experimenta Pitch Award 2017 al London Film Festival.

    La sua prima monografia, Like Swarming Maggots: Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya (Archive Books, 2024), è stata commissionata da Villa Romana (Firenze) grazie al sostegno di Italian Council (12esima edizione), in collaborazione con Triangle-Astérides (Marsiglia), Depo (Istanbul), L’Art Rue (Tunisi) e MOMus (Salonicco). Mostre personali includono: Museo Novecento (Firenze, 2024), Ar/Ge Kunst (Bolzano, 2022), Villa Romana (Firenze, 2019). Il suo lavoro è stato inoltre presentato in mostre collettive e programmi di immagini in movimento, tra cui: Kunst Meran (2024), De La Cruz Gallery (Washington DC, 2024), KØS Museum (Danimarca, 2023), 5th Casablanca Biennale (2022), Manifesta13 Paralléles du Sud (Marsiglia, 2020), Depo (collaterale della Biennale d’Istanbul, 2019), Sharjah Film Platform (UAE, 2019), 2nd Lagos Biennal (2019), Manifesta12 Film Program (Palermo, 2018),

    Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Turin, 2018, 2020, 2021). Il suo lavoro è presente in Forms of Desire: Venice, la pubblicazione di Zineb Sedira per il padiglione francese della 59a Biennale di Venezia (2022) e in Everything Passes Except the Past – Decolonizing Ethnographic Museums, Film Archives and Public Space (a cura di Jana Haeckel, Sternberg Press, 2021). I suoi scritti appaiono su varie pubblicazioni internazioni, tra cui la piattaforma dell’Harun Farocki Institut, il Journal of Visual Culture e il libro The Entangled Legacies of Empire (a cura di Max Haiven et al, Manchester University Press, 2022). Ha conseguito un dottorato di ricerca presso la University of the Arts di Londra ed è stata Research Fellow alla British School di Roma (2021-2024).

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    9 Giugno 2025 0 commentI
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