Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha sospeso il primo vicepresidente Riek Machar dopo la sua incriminazione con le accuse di omicidio, tradimento e crimini contro l’umanità. Lo hanno reso noto le autorità di Juba. Il ministro della Giustizia Joseph Geng ha dichiarato che Machar e altri esponenti del movimento Splm/A-in Opposition sono accusati di responsabilità di comando per un attacco condotto dalla milizia White Army nella città di Nasir, nel nord-est del Paese, costato la vita a centinaia di soldati e a un generale dell’esercito.
Insieme a Machar è stato sospeso anche il ministro del Petrolio Puot Kang Chol, anch’egli citato tra gli incriminati. Machar si trova agli arresti domiciliari da marzo in relazione alle stesse accuse. In totale, le incriminazioni riguardano 20 persone, di cui 13 sono ancora latitanti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto che eventuali processi si svolgano in maniera equa e trasparente.
Dopo che il primo vicepresidente Riek Machar è stato incriminato, l’opposizione del Sud Sudan ha accusato il governo di voler imporre “un controllo autoritario e un dominio di una sola tribù”.
Il suo partito, l’Splm-IO, ha respinto le incriminazioni definendole “fabbricate per annullare l’accordo di pace, mettere da parte Machar e consolidare il controllo totale del governo”, riferisce Reuters.
Machar si trova agli arresti domiciliari da marzo. La sua detenzione ha riacceso i timori internazionali di un ritorno al conflitto civile del 2013-2018, che aveva visto contrapporsi le sue forze Nuer a quelle Dinka fedeli al presidente Salva Kiir.
Kiir e Machar governavano insieme nell’esecutivo di unità nazionale nato dall’intesa di pace, ma la loro collaborazione è rimasta fragile e segnata da episodi di violenza. Secondo analisti politici, Kiir punterebbe a sostituire Machar con il suo stretto alleato, il secondo vicepresidente Benjamin Bol Mel, sanzionato dagli Stati Uniti per sospetti favoritismi nell’assegnazione di appalti pubblici.
Funzionari sud-sudanesi hanno chiesto a Washington la rimozione delle sanzioni, come ha dichiarato il mese scorso alla Reuters il lobbista Joseph Szlavik, che rappresenta Juba negli Stati Uniti. Nelle discussioni bilaterali sarebbe emerso anche il tema del rimpatrio di deportati statunitensi in Sud Sudan, dopo l’arrivo a luglio di otto uomini, sette dei quali provenienti da Paesi terzi.



