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Edizione del 14/06/2026

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    FOCUS

    In Centrafrica la coabitazione tra Onu e russi è un dilemma

    di Tommaso Meo 12 Giugno 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Andrea Spinelli Barrile

    La riconsegna delle basi allo Stato riaccende i riflettori sulla complessa coabitazione tra i caschi blu e l’ex gruppo Wagner, tra campagne di disinformazione e il silenzio forzato sugli abusi

    La Missione multidimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (Minusca) ha ufficialmente ceduto la base di Mbaiki allo Stato centrafricano. Il contingente tunisino che era di stanza lì verrà ora dispiegato in un’altra regione della Rca, dove la situazione resta instabile. Con la cessione della base, la Minusca trasferisce al governo anche diverse responsabilità: la sicurezza delle aree interessate, la protezione dei civili, il supporto alle autorità amministrative e il maintimento di alcune vie di comunicazione. La base di Mbaiki si trova in una posizione strategica tra Lobaye, Bangui e la Repubblica del Congo, è grande circa 214.000 metri quadrati ed è ubicata sulle alture della città, da cui si ha una vista panoramica sulla vasta foresta di Lobaye. La base ha alloggi e strutture di addestramento, torri di guardia, punti di approvvigionamento idrico e generatori, attrezzature e infrastrutture oggi in possesso dello Stato centrafricano.

    Non si tratta di una prima volta: come ha ricordato Valentine Rugwabiza, capo missione Onu in Rca, «la Minusca ha già trasferito diverse altre aree alle autorità centrafricane, in particolare a Bamingui, Dékoa, Dilapoko, Ippy, Kouango e Pombolo» e il tutto rientra negli obiettivi alla base della stessa missione, sintetizzati così da Rugwabiza: «I suoi abitanti ora si aspettano che le forze armate consolidino i progressi in materia di sicurezza». Progressi che non sono ovvi né scontati: a Radio France Internationale (Rfi), alcuni residenti di Mbaiki hanno detto che negli ultimi giorni stanno assistendo a «una recrudescenza del banditismo» e, in generale, il timore è che l’addio della Minusca possa riportare il disordine.

    «La missione delle Nazioni Unite intende adattare il proprio dispiegamento all’evoluzione della situazione di sicurezza» ha spiegato Félix Moloua, primo ministro centrafricano, parlando ieri alla cerimonia di riconsegna. La Minusca sta anche affrontando una riduzione del personale civile e militare a causa di un taglio del 15% al budget stanziato dai partner internazionali: ad oggi, delle circa 100 basi che gestisce in tutto il Paese, 21 sono già state chiuse, tutte nel 2026. L’obiettivo dichiarato è di chiudere o trasferire almeno altre 27 entro la fine dell’anno.

    La missione, che scadrà il 15 novembre di quest’anno, è una delle operazioni di pacekeeping Onu più grandi, complesse e costose al mondo: è stata istituita nel 2014 per subentrare alla missione Misca dell’Unione Africana con lo scopo di rispondere alla devastante guerra civile scoppiata tra la fine del 2012 e il 2013 dopo il rovesciamento del presidente François Bozizé da parte dei ribelli a prevalenza musulmana Séléka, e la successiva violenta reazione delle milizie cristiane/animiste Anti-Balaka.

    Protezione dei civili, supporto alle istituzioni e tutela dei diritti umani sono i tre obiettivi cardine di questa missione, che conta 17.000 effettivi tra militari, polizia e civili (i principali contingenti sono quelli del Ruanda, del Bangladesh e del Pakistan). Tuttavia, la vita di questa missione non è sempre stata facile. Opera infatti in un teatro estremamente instabile, dove il governo di Bangui si affida massicciamente (dal 2017) anche a partner bilaterali esterni, in particolare ai mercenari privati russi dell’ex gruppo Wagner, oggi controllati dal ministero della Difesa di Mosca come Africa Corps, per il controllo del territorio, creando spesso forti attriti sul campo.

    Proprio il nodo della coabitazione in Repubblica Centrafricana è uno dei casi di studio più complessi del peacekeeping moderno, un caso in cui si vede convivere nello stesso teatro la più classica (e burocratica) missione Onu e una presenza militare russa aggressiva e pragmatica.

    Fino al 2017, la Minusca e le missioni europee (come Eutm Rca) erano i principali attori per la sicurezza a Bangui ma davanti all’inefficacia nel contenere i gruppi armati, che controllavano l’80% del Paese, il presidente Faustin-Archange Touadéra ha cercato canali bilaterali. Sfruttando un’esenzione all’embargo Onu sulle armi, Mosca ha iniziato a inviare armamenti e istruttori militari, infilando questa opportunità in una risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: tuttavia, questi istruttori militari si sono rivelati essere mercenari del Gruppo Wagner (guidati sul campo da figure come Valery Zakharov, un luogotenente del fondatore Evgenij Prigožin, che era stato già in Siria durante la lunga guerra civile, e Dmitry Syty). La vera rottura degli equilibri è avvenuta a fine 2020, quando una coalizione di ribelli (Cpc) ha marciato su Bangui per rovesciare le elezioni: in quelle settimane, mentre i caschi blu mantenevano una postura prevalentemente difensiva e di protezione dei civili secondo le regole d’ingaggio Onu, i mercenari russi, insieme a truppe speciali ruandesi inviate su base bilaterale, hanno lanciato una controffensiva violenta ed efficace, respingendo i ribelli dall’assalto alla capitale Bangui e salvando, di fatto, il governo Touadéra e la tenuta dello Stato centrafricano. Questa dinamica, successivamente, ha garantito a Mosca un’enorme influenza politica e una gratitudine immensa da parte delle élite locali.

    Dall’assalto a Bangui, respinto dai Wagner, la convivenza con l’Onu è diventata difficilissima: russi e forze armate centrafricane (Faca) hanno spesso imposto restrizioni di volo ai droni e agli elicotteri della Minusca, o bloccato pattuglie Onu via terra, limitandone la capacità operativa. Bangui è ormai perenne teatro di violente campagne di disinformazione (tramite radio, social e manifestazioni di piazza) chiaramente orchestrate da network russi per dipingere la Minusca come «inutile» o persino collusa con i ribelli e spingere l’opinione pubblica a chiederne il ritiro (sul modello di quanto successo in Mali con la Minusma). Inoltre, diversi rapporti Onu hanno ripetutamente documentato abusi, esecuzioni extragiudiziali e torture commesse dai paramilitari russi durante le operazioni anti-ribelli, fatti e denunce che mettono la Minusca in una posizione eticamente e politicamente insostenibile: cooperare con le Faca sul terreno significa spesso cooperare indirettamente con chi compie queste violazioni.

    Oggi la Rca è il laboratorio di maggior successo della penetrazione russa in Africa: in cambio di sicurezza e protezione del regime, Mosca ha ottenuto il controllo di asset economici strategici (come la miniera d’oro di Ndassima e concessioni forestali). In questo contesto, la Minusca si trova a dover gestire la logistica, gli aiuti umanitari e il monitoraggio dei diritti umani, mentre il potere militare reale e l’influenza politica sulla presidenza sono saldamente in mano alla controparte russa.

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