Qwani: la rivista letteraria che dà voce alla Gen Z del Kenya

di Tommaso Meo

di Stefano Pancera

Delusi dalla politica e lontani dalle urne, i giovani di Nairobi scelgono la carta stampata per riprendersi lo spazio pubblico e raccontare la propria realtà. Con un linguaggio ibrido tra inglese e gergo di strada

Nell’agosto del 2022, durante le ultime elezioni generali in Kenya circa otto milioni di giovani non sono andati a votare. Come a dire: «Le elezioni non sono il nostro spazio. Il nostro spazio è altrove».   

Tra quei ragazzi di Nairobi c’era anche Keith Ang’ana che allora aveva 20 anni. Lui,    invece di votare, di lì a poco decise di fondare con altri coetanei una rivista per giovani scrittori: Qwani. L’ultimo numero di oltre 200 pagine del marzo 2026 è già stato definito il nuovo manifesto letterario della Gen Z di Nairobi. I racconti che contiene sono microstorie: la Gen Z anche sulla carta legge veloce.   Il linguaggio è un ibrido di inglese, swahili, shen: il gergo di strada di Nairobi. In poche settimane ha già venduto  più di trecento copie, che in un mercato urbano dove nessuno compra libri è un evento.

Keith Ang’ana

Si racconta della nuova chiesa appena costruita nel quartiere mentre nessuno riesce a pagare l’affitto, della ragazza che dà lezioni su Zoom per cinquanta scellini e del ragazzo che guida per Uber dodici ore al giorno, ma ancora non riesce a risparmiare. È il resoconto di cosa significa avere vent’anni anni oggi in Africa, è la vita di una generazione che cresce e si esprime in una ri-evoluzione permanente. Questa avanguardia letteraria di strada attrae i giovani che la sentono vera. Non è un thread. Non è un meme. È qualcosa che questi ragazzi hanno scelto di mettere nero su bianco perché ritengono che sia importante. 

In Qwani un vero e proprio modello economico non c’è. Ci sono solo Keith e gli altri fondatori che vendono le T-shirt del merchandising a ragazzi che amano la letteratura e con quei soldi si autofinanziano in parte per la stampa. Concretamente, quello che fanno, è mettere in circolo testi che altrimenti resterebbero dispersi nei blog e creare incontri dove la Gen Z si riconosce fuori dai linguaggi dei social.    

Qwani, nasce dalla diretta ispirazione di un’altra storica e prestigiosa rivista letteraria keniota fondata nel 2003: Kwani? (in swahili colloquiale e nello sheng di Nairobi, «kwani», è spesso tradotta come «e allora?»). Per due decenni, Kwani? rappresentò un momento di grande rottura culturale nel panorama letterario e politico del Kenya  e infatti non a caso nacque subito dopo gli anni della dittatura di Daniel arap Moi (1978-2002), in cui agli artisti era vietato esprimersi. Kwani? Prometteva di rappresentare un’intera generazione e di durare nel tempo, di essere la voce definitiva della sua epoca: chiuse nel 2015. Oggi Qwani senza l’eredità di Kwani? non avrebbe il terreno sotto i piedi e alcun archivio con cui confrontarsi e discutere.

In principio, l’iniziativa non ricevette il caloroso benvenuto che Keith e gli altri speravano. Alcuni scrittori della scena letteraria mainstream keniana sollevarono dubbi sul nome stesso, quel Qwani era troppo simile a Kwani?, e sui social si chiesero se fosse  un modo troppo disinvolto di agganciarsi al prestigio di una rivista che fu tra le prime a pubblicare autori come Chimamanda Ngozi Adichie.

Ma c’è anche chi ha sollevato un altro tipo di osservazione: questi ragazzi, scolarizzati, urbani, lettori, parlano della Gen Z keniota, ma parlano davvero a tutta la Gen Z?  O solo a quella parte  che vive a Nairobi che frequenta i caffè. Altrettanti giovani vivono tra Mombasa  e Kisumu, nei villaggi costieri, o nei ghetti di Kibera e Mathare. Oggi, comunque intorno, alla rivista sta crescendo una comunità di oltre diecimila persone: follower, gruppi WhatsApp, eventi. Una comunità di giovani lettori e scrittori che si riconoscono in quello che leggono e nell’approccio della rivista.

«In Kenya non ci sono opportunità per gli scrittori emergenti. Ogni progetto letterario mira a selezionare solo i migliori del Paese, lasciando fuori quelli ancora “grezzi”, che spesso sono proprio i più giovani» racconta Keith Ang’ana. «Qwani ha deciso di esistere come spazio per quegli autori che l’ecosistema letterario keniano tende a escludere. Giovani, ancora acerbi ma con potenziale. L’obiettivo è offrire loro visibilità, permettere loro di imparare e crescere, e magari, in futuro, riuscire ad approdare anche alle piattaforme mainstream. Vogliamo essere come un’accademia calcistica: si individuano giovani talenti, li si coltiva e poi li si porta nei grandi club».

Quello che succede intorno a Qwani sembra dunque andare oltre la rivista. È una forma di occupazione dello spazio pubblico tramite un atto politico, quello di scegliere di pubblicare, dando valore a nuove voci.Con le elezioni del prossimo agosto 2027 all’orizzonte qualcuno vede Qwani come un’iniziativa interessante ma passeggera, frutto dell’entusiasmo un po’ ingenuo di studenti universitari. Ma c’è anche chi spera chi possa fare quello che in Kenya nessun politico ha mai fatto: dare a una generazione l’opportunità di raccontare se stessa.

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