di Ouoldelul Chelati Dirar
Nel cuore di Firenze si trova il più antico museo antropologico d’Italia. Nato come “vetrina sul mondo”, riflette ancora oggi la complessità del pensiero scientifico, coloniale e razziale che ha segnato la storia del nostro Paese. Dalle intuizioni progressiste di Mantegazza agli abusi razzisti di Cipriani: un’eredità scomoda da rileggere.
Nel cuore di Firenze, in via del Proconsolo 12, sorge una delle istituzioni più prestigiose del panorama museale italiano: il Museo di Antropologia e Etnologia, il primo nel suo genere in Italia. Fondato nel 1869 da Paolo Mantegazza — primo titolare in Italia di una cattedra universitaria di Antropologia — custodisce una collezione straordinariamente ricca e diversificata, raccolta nell’arco di cinque secoli e proveniente dai cinque continenti. Ospita oltre 25.000 manufatti, 7.000 reperti antropologici (dalla preistoria all’età moderna), 40.000 fotografie storiche, 7.000 negativi, 800 calchi in gesso, strumenti scientifici, documenti, lettere e manoscritti. Il nucleo originario della collezione affonda le radici nelle raccolte medicee, poi arricchite grazie a reperti provenienti dalle spedizioni europee dal XVI secolo in poi: da James Cook nel Pacifico a Odoardo Beccari in Nuova Guinea, fino alle missioni più recenti di Fosco Maraini in Giappone. Il museo, nelle intenzioni del suo fondatore, voleva essere una “vetrina sul mondo e sulla diversità umana”, ma nacque in un anno cruciale per l’Italia: il 1869, agli albori della sua espansione coloniale. Non stupisce quindi che la questione coloniale abbia avuto un peso, talvolta disomogeneo ma significativo, nell’impostazione delle collezioni e nella narrazione museale. Analizzato nella prospettiva del colonialismo italiano, il Museo riflette pienamente le contraddizioni di un’epoca e di una disciplina. Mantegazza, medico e scienziato brillante, contribuì a spostare l’antropologia italiana da un’impostazione biologico-fisiologica a una più aperta a dimensioni psicologiche e culturali. Darwinista convinto, fu critico verso il determinismo meccanicista e attaccò studiosi come Cesare Lombroso, che utilizzavano la craniometria per sostenere tesi razziste. Rifiutava la classificazione biologica delle razze, definendo le categorie di “ariana” e “semitica” dei miti storici.

Eppure, anche Mantegazza credeva in differenze gerarchiche tra popoli e riteneva il progetto coloniale una legittima “missione civilizzatrice”. Dopo la sua morte, nel 1910, il museo prese una direzione diversa, culminata durante il fascismo in un uso politico e pseudoscientifico delle collezioni. Tra i protagonisti di questa deriva ci fu Lidio Cipriani, direttore dal 1937 al 1940, fervente fascista e firmatario del Manifesto della razza del 1938.

Le sue ricerche in Africa e in Asia produssero una mole impressionante di fotografie e documentazione etnografica, ma anche una visione profondamente razzista, basata sull’idea che le capacità psichiche e culturali dipendessero dalla morfologia cranica. Celebre – e controversa – la sua pratica di realizzare calchi in gesso dei volti degli “indigeni”, spesso dal vivo, causando dolore e umiliazione ai soggetti. Il museo conserva oggi circa 600 maschere in gesso, di cui 350 realizzate da Cipriani. Durante il fascismo, questi calchi venivano esibiti come presunte prove scientifiche dell’inferiorità razziale delle popolazioni colonizzate. Oggi, la maggior parte giace nei depositi, in un silenzio imbarazzato. Solo pochi esemplari sono esposti, e manca ancora un approccio critico capace di affrontare con coraggio il legame tra il museo, l’impresa coloniale e il razzismo pseudoscientifico. La gestione attuale sembra evitare un confronto diretto con questo passato scomodo, preferendo una riduzione della visibilità di oggetti controversi invece di trasformarli in occasione di riflessione e conoscenza. Un’altra occasione mancata, forse, per interrogarsi sul rapporto difficile tra scienza, memoria e potere.



