Nel Tigray la fame più della guerra “farà il resto”

di claudia
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di Valentina Giulia Milani

Intere comunità del Tigray, già devastate dal conflitto concluso nel 2022 sono vittime di una grave emergenza alimentare e sanitaria. Le testimonianze raccolte mettono in luce una realtà drammatica: per molti la fame è diventata una costante ed “è raro trovare qualcuno che non abbia seppellito un familiare nell’ultimo anno”.

Nel villaggio di Hitsats, nel Tigray settentrionale, a ridosso del confine con l’Eritrea, l’88enne Nireayo Wubet dice di passare le giornate a seppellire amici e parenti. Nel racconto raccolto da Al Jazeera, la sua paura è semplice e brutale: che la fame, più della guerra, finisca per uccidere chi è rimasto e che, quando toccherà a lui, non ci sia più nessuno a garantirgli nemmeno una sepoltura dignitosa. È da questa immagine che prende forma la crisi umanitaria descritta dall’emittente: con il progressivo ridimensionamento degli aiuti internazionali – aggravato dai tagli statunitensi ai programmi di Usaid – intere comunità del Tigray, già devastate dal conflitto concluso nel 2022, tornano a scivolare verso un’emergenza alimentare e sanitaria.

Secondo quanto riferito dal reportage, Wubet era un contadino dell’area di Humera (territorio oggi conteso e incluso nella regione Amhara) e si è rifugiato a Hitsats quattro anni fa, durante la guerra del Tigray iniziata nel 2020. Il conflitto si è concluso nel 2022, ma per molti sfollati il ritorno resta impossibile. Hitsats, tra i centri più vulnerabili, è sopravvissuta negli ultimi anni soprattutto grazie al sostegno di organizzazioni umanitarie, tra cui Usaid, a lungo principale fonte di assistenza per l’Etiopia. La situazione, spiega Al Jazeera, sarebbe cambiata bruscamente nell’ultimo anno con il taglio dei fondi e lo smantellamento di una parte significativa delle attività dell’agenzia.

Nella regione del Tigray, organizzazioni umanitarie come il Programma alimentare mondiale (Wfp) stimano che una quota molto ampia della popolazione necessiti di supporto d’emergenza; ma, a fronte della riduzione delle risorse, gli interventi vengono spesso dirottati verso altre aree del mondo considerate prioritarie. Medici senza frontiere (Msf) ha descritto i tagli statunitensi come un fattore che nel 2025 avrebbe “sconvolto” programmi sanitari e umanitari globali, con conseguenze umane definite “catastrofiche”. Nel reportage vengono citati esempi in Somalia, Sud Sudan e Repubblica democratica del Congo, dove interruzioni dei finanziamenti avrebbero inciso sulla nutrizione infantile, sull’assistenza ostetrica e sulla disponibilità di kit post-stupro con farmaci per la prevenzione dell’Hiv.

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In Etiopia – che prima dei tagli era indicata come uno dei maggiori destinatari dei fondi Usaid nell’Africa subsahariana – le carenze di finanziamento starebbero creando “vuoti critici” e scaricando ulteriore pressione sulle altre organizzazioni operative. Il capo missione di Msf in Etiopia, Joshua Eckley, ha spiegato ad Al Jazeera che i tagli dei donatori stanno ulteriormente indebolendo un sistema sanitario già fragile, riducendo per i più vulnerabili accesso a cure, servizi idrici e igienico-sanitari, mentre i bisogni continuano a superare la capacità complessiva di risposta.

La crisi è raccontata attraverso testimonianze sul campo. Al Jazeera riferisce che Terfuneh Welderufael, 71 anni, sfollato durante la guerra da Mai Kadra, vive a Hitsats dal 2022 e racconta che la fame è diventata una costante e che sarebbe raro trovare qualcuno che non abbia seppellito un familiare nell’ultimo anno. Al Jazeera cita anche Abraha Mebrathu, coordinatore di un campo governativo che ospita circa 1.700 sfollati interni, secondo cui gli aiuti in ingresso sarebbero minimi e molti civili starebbero morendo. Sempre secondo quanto riportato dall’emittente, di fronte a un numero di morti molto alto, le autorità del campo avrebbero smesso di raccogliere dati sistematici, concentrandosi invece sulla sopravvivenza dei residenti e sulla richiesta di attenzione internazionale. Nella stessa ricostruzione, Mebrathu denuncia inoltre che molti operatori umanitari locali non sarebbero stati pagati per mesi, finendo a loro volta in condizioni di insicurezza alimentare.

Al Jazeera collega l’aggravarsi della situazione anche a scelte operative condizionate dalla scarsità di fondi, come la chiusura improvvisa dell’ufficio Wfp nella vicina Shire, città che ospita una delle più ampie popolazioni di sfollati in Etiopia. Washington ha annunciato la ripresa di parte del sostegno all’Etiopia dopo la sospensione iniziale, ma nel reportage si sostiene che poco sarebbe arrivato finora in aree come il Tigray. Al Jazeera riporta le parole di Mebrathu secondo cui, con quasi 2.000 persone in condizioni “urgenti”, ciò che arriva sarebbe “come versare un bicchiere d’acqua in un lago”.

Il racconto evidenzia inoltre tensioni interne sulla gestione della crisi. Di fronte alla riduzione degli aiuti, alcuni cittadini – inclusi influencer del Tigray e della capitale Addis Abeba – avrebbero tentato di organizzare raccolte fondi e donazioni dirette per Hitsats, iniziative poi interrotte per timori di ritorsioni dopo avvertimenti delle autorità. Secondo Al Jazeera, il governo federale non avrebbe riconosciuto ufficialmente l’esistenza di una grave crisi alimentare in corso e punterebbe a mantenere un’immagine positiva del Paese, evitando narrazioni di dipendenza dagli aiuti. In questo contesto, l’emittente cita un influencer coinvolto nella raccolta fondi, che a condizione di anonimato ha detto di essere stato costretto a “guardare le persone morire da lontano”.

Il governo federale sostiene che il Paese abbia raggiunto l’autosufficienza nella produzione di grano e sia in grado di sostenere la popolazione vulnerabile; ma tale narrativa è contestata da osservatori e operatori umanitari. Nel reportage si ricorda che nel 2024 il primo ministro Abiy Ahmed aveva affermato in Parlamento che non vi fossero persone che muoiono di fame in Etiopia, mentre il Wfp riportava allora un numero molto elevato di persone a rischio di carestia.

Sul piano dei numeri complessivi, nel reportage viene citata anche la rete Famine Early Warning Systems Network (Fews Net), secondo cui oltre 15 milioni di etiopi necessitano di assistenza alimentare d’emergenza in un contesto di sostegno internazionale in contrazione. Al Jazeera riporta inoltre le posizioni delle autorità federali e provinciali sul tema della distribuzione degli aiuti, con reciproche accuse e smentite in merito a fondi e forniture.

A Hitsats l’emergenza assume tratti quasi quotidiani: anziani che sopravvivono cercando avanzi, persone cronicamente malate senza cibo, e la prospettiva concreta che perfino lo spazio per le sepolture si esaurisca. Al Jazeera racconta che un diacono di una chiesa che domina il villaggio sostiene che i luoghi destinati ai funerali si stanno riempiendo rapidamente. Wubet continua a scavare fosse per i morti della sua comunità e, come riferisce l’emittente, teme che la fame, più della guerra, “farà il resto”.

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