L’ex presidente riorganizza i suoi appoggi dagli Emirati Arabi, ma a dominare la scena politica è l’incognita sul ritorno al governo civile e sul futuro del colonnello al comando
di Céline Camoin
A un anno dalla caduta dell’ex presidente Andry Rajoelina, il Madagascar resta sotto la guida dei militari, mentre il colonnello Michael Randrianirina, alla testa della transizione, si trova al centro degli interrogativi sul futuro politico del Paese. Rajoelina, fuggito dal Paese il 12 ottobre 2025 dopo diciotto giorni di proteste di piazza guidate dai giovani della Generazione Z, vive oggi invece in esilio negli Emirati Arabi Uniti e ha perso gran parte dei suoi sostenitori ad Antananarivo.
La sponda africana dell’ex presidente
Secondo Radio France Internationale (Rfi), l’ex capo dello Stato risiede prevalentemente a Dubai e cerca di ricostruire una rete di appoggi internazionali, soprattutto tra gli ex omologhi africani. A febbraio ha partecipato a una cerimonia ufficiale in eSwatini, il cui sovrano ha definito incostituzionale la sua destituzione, suscitando la reazione delle autorità militari malgasce. In patria, intanto, la maggior parte dei deputati che lo sostenevano si è schierata con il nuovo potere.

Anche diversi esponenti del precedente governo hanno lasciato il Paese o sono finiti in carcere. L’ex sindaco della capitale Naina Andriantsitohaina è fuggito all’estero, mentre l’ex consigliera presidenziale Rinah Rakotomanga è detenuta. L’ex ministra dell’Istruzione Marie-Michelle Sahondrarimalala è stata condannata a fine settembre a cinque anni di reclusione per attentato alla sicurezza dello Stato. L’imprenditore Mamy Ravatomanga, considerato uno dei principali finanziatori del precedente regime, è detenuto a Mauritius dallo scorso dicembre.
Rajoelina, invece, non è stato finora sottoposto a processo. La Corte dei conti ha denunciato un utilizzo delle risorse pubbliche a vantaggio della sua cerchia, ma il Parlamento non ha votato la messa in stato d’accusa necessaria per avviare un procedimento giudiziario nei suoi confronti. Nell’ottobre 2025, all’inizio della transizione, l’ex presidente è stato però privato della cittadinanza malgascia per aver acquisito quella francese nel 2014.
Il nodo del ritorno alle urne
Sul versante del nuovo potere, il futuro politico di Randrianirina rappresenta una delle principali incognite. Jeune Afrique dedica un’analisi alla sua possibile ambizione presidenziale, sollevando la questione di un suo eventuale passaggio dalla guida della transizione a una candidatura elettorale. Le speculazioni sul suo futuro si intrecciano inevitabilmente con il calendario politico. Dopo una serie di consultazioni con la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), la giunta ha formalizzato una tabella di marcia che fissa una prima finestra elettorale per il luglio del 2027. Prima però dovrà essere approvata una nuova Costituzione e revisionate le liste elettorali. Tuttavia, gli analisti regionali intravedono il rischio concreto che il colonnello scelga di presentarsi alle urne come candidato, ricalcando modelli di consolidamento del potere già visti altrove nel continente. I suoi recenti tour nelle province e la progressiva costruzione di alleanze con i notabili locali sembrano infatti confermarelo

A complicare il quadro del nuovo assetto istituzionale c’è poi il crescente malcontento interno e internazionale. Da un lato, i giovani della Generazione Z — artefici della rivolta dell’autunno 2025 — denunciano la lentezza delle riforme strutturali e il timore che i militari vogliano blindare il controllo sullo Stato; il movimento Gen Z sta però intanto partecipando al comitato esecutivo incaricato di guidare il processo di consultazione nazionale iniziato a settembre. Dall’altro lato, per arginare l’isolamento diplomatico e le pressioni occidentali per un rapido ritorno al governo civile, le autorità di transizione stanno attuando un delicato riposizionamento geopolitico: pur mantenendo aperti i canali con partner storici come la Francia, Antananarivo ha infatti intensificato i contatti legati alla sicurezza con la Russia, confermando parallelamente gli interessi infrastrutturali della Cina nel Paese.



