La Libia si divide sulla riapertura della Galleria De Bono a Tripoli

di Tommaso Meo
Galleria de Bono a Tripoli

Sta suscitando un ampio dibattito sui media libici la notizia del restauro e della riapertura della Galleria De Bono nel centro di Tripoli. L’iniziativa ha riacceso il confronto sull’identità nazionale e sulla memoria della dominazione coloniale italiana nel Paese nordafricano.

L’intervento di recupero della galleria commerciale coperta che collega la vecchia via Costanzo Ciano e il vecchio corso Vittorio Emanuele è stato duramente attaccato dal ricercatore e blogger Mohamed al-Qaidi, il quale ha descritto la struttura come un simbolo dell’oppressione fascista che andrebbe rimosso per lasciare spazio a un’area verde. Secondo al-Qaidi, mantenere il riferimento a Emilio De Bono, un gerarca fascista legato all’impiego di gas tossici e alla gestione dei campi di concentramento, rappresenta un oltraggio alla memoria storica; per questo ha proposto di intitolare l’edificio a un protagonista della resistenza libica.

Di segno opposto la posizione dell’ex primo ministro lbico Ali Zeidan, il quale, in una recente intervista, ha ricordato con favore l’apporto italiano allo sviluppo e all’istruzione in Libia, definendo il colonialismo un fatto storico oggettivo che ha lasciato un’eredità di progresso. Le parole di Zeidan hanno alimentato ulteriori tensioni, che evidenziano una profonda spaccatura tra chi vede nelle architetture dell’epoca un patrimonio urbano da valorizzare e chi vi scorge esclusivamente il segno di un passato criminale da eliminare definitivamente.

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