L’Onu si spacca sulla tratta degli schiavi (e l’Italia si astiene)

di Tommaso Meo

di Andrea Spinelli Barrile

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosce le ferite del commercio degli schiavi, ma la votazione spacca la comunità internazionale: tra i pareri contrari di Stati Uniti e Israele e le astensioni europee, la sfida delle riparazioni resta un campo di battaglia aperto

Il riconoscimento della riduzione in schiavitù degli africani durante l’epoca della tratta transatlantica come «il più grave crimine contro l’umanità» è ora scolpito negli atti dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La risoluzione, proposta dal Ghana, è il culmine di una pressione diplomatica che costringe la comunità internazionale a misurarsi con le ferite mai rimarginate della storia. Il testo esorta inoltre gli Stati membri a valutare la possibilità di scusarsi ufficialmente e a contribuire a un fondo di risarcimento, pur non ancora specificato. Ma quella che doveva essere una pagina storica di riconciliazione della comunità internazionale si è trasformata in una spaccatura clamorosa che ha fatto riaffiorare, specie in Africa, rancori e rivendicazioni mai sopiti.

Proprio sul tema delle riparazioni per la tratta degli schiavi si è consumata la frattura più evidente: se Paesi come il Regno Unito hanno a lungo respinto queste richieste affermando che le istituzioni odierne non possono essere ritenute responsabili dei torti del passato, l’esito del voto ha tracciato una linea netta. La proposta è stata approvata con 123 voti a favore e solo tre contrari: Stati Uniti, Israele e Argentina.Cinquantadue Paesi si sono astenuti, tra cui il Regno Unito e gliStati membri dell’Unione Europea. Diversi leader occidentali hanno mantenuto la propria opposizione anche solo a discutere l’argomento, arroccati sulla tesi della non responsabilità storica delle istituzioni attuali.

La votazione dell’assembea generale Onu.

Questo voto appare come un segno inequivocabile dello spirito del tempo: «Che sia registrato che, quando la storia ci ha chiamato, abbiamo fatto ciò che era giusto per la memoria dei milioni di persone che hanno subito l’indegnità della tratta degli schiavi e di coloro che continuano a subire discriminazioni razziali», ha dichiarato il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, rivolgendosi all’Assemblea. La risoluzione, sostenuta dall’Unione Africana e dalla Comunità dei Caraibi, sottolinea come le conseguenze della schiavitù persistano sotto forma di disuguaglianze razziali e sottosviluppo «che colpiscono gli africani e le persone di origine africana in tutte le parti del mondo».

A differenza delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, quelle dell’Assemblea generale non sono giuridicamente vincolanti, pur riflettendo il peso dell’opinione pubblica mondiale. Il testo esorta ora gli Stati membri ad avviare un dialogo concreto sulle riparazioni, includendo scuse formali, restituzione di manufatti rubati, compensazioni finanziarie e garanzie di non ripetizione.

In questo scenario, la Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della tratta transatlantica e della schiavitù del 2026 è destinata a essere ricordata come uno spartiacque nelle relazioni tra l’Africa e il resto del mondo. Rendendo omaggio ai milioni di africani strappati dalla propria terra, il presidente dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha ribadito che la tratta «non è semplicemente una tragedia del passato, ma un’ingiustizia strutturale i cui effetti continuano a pesare pesantemente sulle società africane e sulle loro diaspore».

L’urgenza di preservare questa memoria collettiva si scontra però con tendenze opposte. Proprio da New York, a margine dei lavori dell’Assemblea, il presidente ghanese ha criticato l’amministrazione americana per quella che ha definito una «normalizzazione della cancellazione della storia nera», avvertendo che tali politiche potrebbero avere ripercussioni ben oltre i confini degli Stati Uniti. Le dichiarazioni e gli ordini esecutivi di Donald Trump hanno infatti portato allo smantellamento di mostre sulla schiavitù e al ripristino di statue confederate: «Queste politiche stanno diventando un modello per altri governi e per alcune istituzioni private», ha denunciato Mahama durante un evento sulle riparazioni organizzato presso le Nazioni Unite. «Come minimo, stanno lentamente normalizzando l’oblio».

Nonostante le resistenze, la campagna per le riparazioni ha acquisito un notevole slancio: la «giustizia riparativa» è stata il tema ufficiale dell’Unione Africana per il 2025 e i leader del Commonwealth hanno congiuntamente chiesto un dialogo sulla questione. Il peso della storia, d’altronde, è nei numeri: tra il 1500 e il 1800, circa 12-15 milioni di persone furono catturate in Africa e deportate nelle Americhe. Si stima che oltre due milioni di persone morirono durante il viaggio. Il Ghana, uno dei principali punti di transito dell’epoca, resta oggi il più fervente sostenitore delle riparazioni. Lungo le sue coste, i forti in pietra che un tempo ospitavano decine di migliaia di africani in condizioni disumane continuano a ricordare al mondo che il passato non è ancora passato.

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