Il peso dei nostri sguardi: un estratto dal libro «L’Africa non è così»

di Tommaso Meo

di Chiara Piaggio

Dai parchi nazionali alle comunità locali, l’Africa continua a essere raccontata attraverso immagini che semplificano e tradiscono: natura primordiale, villaggi “autentici”, culture congelate nel tempo. Un libro fresco di stampa riflette su come lo sguardo europeo – tra esotismo, nostalgia e stereotipi – plasmi la percezione del continente più di quanto non lo racconti davvero

Arriva in libreria «L’Africa non è così», un volume brillante e necessario che invita a riconsiderare il nostro modo di guardare al continente, liberandoci da cliché e narrazioni distorte. Lo firma Chiara Piaggio, africanista specializzata in cultura e letteratura, nota per i lavori realizzati insieme a Igiaba Scego: Africana. Raccontare il continente al di là degli stereotipi(2021) e Africana. Viaggio nella storia letteraria del continente(2024). Con il suo nuovo libro, Piaggio guida il lettore in un percorso critico ed evocativo che intreccia storia, attualità e immaginari, arricchito da episodi e incontri maturati in oltre vent’anni di viaggi. Ne emerge un ritratto dell’Africa plurale, complesso e sorprendente, lontano da ogni cliché. Un invito a spogliarsi delle facili certezze e ad accogliere la ricchezza di un continente fatto di contrasti, contraddizioni e trasformazioni continue. In esclusiva, offriamo ai nostri lettori un estratto del volume.

Ci sono luoghi che sembrano abitati più da immagini che da persone in carne e ossa. L’Africa è uno di questi. Non serve averci messo piede, è come se l’avessimo vista tutti: in un documentario, in una pubblicità sul turismo etico o nel feed di qualche influencer. Alcune narrazioni sono così vecchie da sembrare eterne, altre sono nuove, a volte contraddittorie. Ci parlano non solo di come lo sguardo europeo si sia evoluto nel tempo, ma anche delle trasformazioni del mondo globale. C’è l’Africa del folclore e dell’esotismo, quella delle guerre e delle crisi umanitarie, ma anche quella delle città pulsanti, delle innovazioni tecnologiche e delle culture contemporanee che sfidano ogni cliché. Così, persino quando proviamo a smontare quello guardo che ci pare più logoro, rischiamo di alimentarlo. Perché l’immagine negativa e quella positiva dell’Africa usano gli stessi strumenti: l’eccezione, l’esotico, la necessità di sorprendere. Cambia il vestito, ma resta il bisogno di trovare un senso unico, qualcosa che dica: «Ecco, questa è l’Africa». E così, finisce per diventare il luogo dei discorsi facili. Certo, la complessità non è che salvi di per sé, ma di sicuro semplificare tradisce. L’Africa è un continente reale, ma è anche un’idea. E nei parchi nazionali – magnifici, dolorosi, ambigui – queste due dimensioni si incontrano. Da un lato la realtà di territori vissuti, attraversati da trasformazioni e lotte; dall’altro l’immagine di una natura senza tempo. Chi li ha visitati lo sa: al mattino la luce sembra affiorare dal suolo più che dal cielo. Gli elefanti avanzano tra nubi di polvere, le giraffe tendono il collo verso acacie lontane, i leoni sbadigliano e le antilopi corrono in fuga prese da un’urgenza. Tutto rimanda a quell’idea di Africa primordiale che l’immaginario globale ha scolpito. Eppure i parchi, come racconta Guillaume Blanc– che ne ha studiato le radici storiche –, non sono nati per custodire un passato intatto, ma per rispondere a visioni moderne del mondo: proteggere la natura, sì, ma anche metterla in scena. Alla fine del colonialismo, mentre l’Europa si copriva di fabbriche e treni, i suoi romantici iniziarono a vedere l’Africa come l’ultima riserva di una natura perduta, un altrove incontaminato da salvare, dove la savana poteva essere osservata con lo stesso stupore con cui si guarda un sogno. Dai confini del Kenya alle riserve del Sudafrica, nacquero spazi pensati per proteggere specie e habitat che si credevano minacciati. Milioni di persone vennero espulse – con conseguenze sociali difficili da ignorare –, accusate di distruggere ciò che avevano contribuito a modellare. Come se quella natura fosse stata primordiale e non abitata da millenni.

I nuovi leader africani si adeguarono. In un gioco complicato di potere e dipendenza, accettarono finanziamenti internazionali e aspettative straniere. I parchi divennero non solo simboli di una natura da preservare, ma anche strumenti per attrarre turismo, valuta estera e prestigio globale. La conservazione divenne anche rappresentazione. La savana fu raccontata come selvaggia e senza uomini, e così fu amministrata. La vita si piegò alle esigenze di un’immagine, e quell’immagine plasmò la realtà. Poi, col tempo, questa visione si è fatta industria. E benché molti parchi, oggi, si stiano aprendo a modelli di gestione condivisa, riconoscendo il ruolo delle comunità locali nella tutela degli ecosistemi, il cuore del racconto è rimasto. Si entra con un biglietto, si resta con la bocca aperta, si esce con le foto nella reflex e la meraviglia negli occhi. Ma dietro quell’incanto c’è un modo di raccontare la natura – e dunque una certa Africa – che semplifica e tradisce. Che dice «selvaggio» per dire «vuoto», che dice «autentico» per dire «in ritardo».

Perché questo non si ferma agli elefanti. Si allunga sulle persone, sulle culture. Dépliant e documentari mostrano comunità di pastori, cacciatori-raccoglitori e agricoltori che, agli occhi esterni, sembrano provenire da un altro tempo: vestiti in modo «tradizionale», congelati nell’immaginario esotico, come se l’evoluzione si fosse fermata lì. Con lance e tuniche rosse, i Masai saltano in cerchio, accendono fuochi, in cambio di denaro. Mettono in scena la loro alterità, raccontata come se fosse il passato. Eppure sono qui, adesso. Contemporanei. Abitano lo stesso tempo di chi compra Nft e scommette sulle criptovalute, e a volte lo abitano fianco a fianco, nella stessa capanna di fango. Per anni abbiamo pensato che bastasse smascherare l’esotismo per sentirci dalla parte giusta. Ma l’«Africa autentica» non è solo una trappola dell’immaginario: è anche una merce, quasi un brand. Ricordo quando, in un aeroporto, ho ascoltato un dialogo tra un signore italiano in camicia bianca e un ragazzo tanzaniano in t-shirt nera. Il ragazzo parlottava italiano, diceva di averlo imparato lavorando a Zanzibar. Il signore, sorpreso, chiese: «Ah, quindi facevi il Masai?». Il ragazzo lo guardò dritto negli occhi e rispose, semplicemente: «Sono Masai». Mi colpì quel momento. La domanda, pensai, non era poi così ingenua: quando metti in scena la tua identità – non un passato folcloristico come nelle sagre di casa nostra, ma un presente vero, quotidiano, anche se modellato su un’aspettativa altrui – che differenza c’è tra essere e fare? È verità, e allo stesso tempo recita. L’Africa continua a essere venduta come un’esperienza. È lì che torniamo al punto di partenza. L’Africa è reale, certo. Ma anche abitata da immagini, spesso così appiccicate alla pelle che toglierle fa male. C’è, da sempre, un bisogno di proiettare sull’Africa significati che la oltrepassano. Costruzioni che possono diventare gabbie, ma anche occasioni di riflessione profonda, se sappiamo riconoscere la loro natura ambigua. Perché il modo in cui guardiamo l’Africa – o meglio, alcuni modi di farlo – dice poco dell’Africa, ma molto di chi guarda. Cerchiamo le relazioni «autentiche», quando sentiamo di averle perse a casa; la natura intatta, quando sappiamo di aver rovinato la nostra; la struggente povertà, quando vogliamo sentirci migliori; la lentezza, quando la fretta si è impadronita delle nostre vite. Quante volte abbiamo sentito parlare di villaggio «vero», di capanna «vera», di pastore «vero»? Ma forse quello che ci appare più vero è solo ciò che risponde meglio alla nostra idea di verità. Forse non si cerca la realtà, ma una conferma di qualcosa costruito altrove. È allora, quando ciò che ci troviamo davanti agli occhi combacia con un modello immaginato, che lo diciamo vero.

Capita che, anche quando siamo mossi da nobili intenzioni, ci mettiamo in viaggio in cerca di un’umanità che vogliamo credere più pura. E finiamo per confondere la povertà con la verità, come se chi ha meno avesse sempre qualcosa da insegnare, e chi ha troppo nulla da dire. Ma l’indigenza non rende più lucidi e la sofferenza, anche la più ingiusta, non è sempre nobile. A volte è solo ingiusta. Cerchiamo nell’altro la conferma della bontà del nostro sguardo, e allora, più che guardare, vogliamo essere visti mentre guardiamo. Ci illudiamo che l’empatia ci faccia scendere da quel gradino che crediamo più alto, senza accorgerci che abbiamo solo cambiato postura. Ma questa ricerca, questa necessità di vedere un’Africa che ci rassicuri o ci colpisca, non è neutra. Non è neutra per chi guarda, e nemmeno per chi viene guardato. Capita spesso, nei ristoranti, che i piatti arrivino ricoperti da una sottile pellicola trasparente. Chissà poi perché: velata di condensa, inumidisce tutto e finisce per togliere croccantezza anche al fritto più glorioso. È una piccola contraddizione, ma mi è sempre parsa significativa: un gesto pensato per preservare finisce per modificare. Così è lo sguardo esterno: anche il più attento, anche il più rispettoso, porta con sé un velo. Un filtro che attenua, che smussa, che interpreta e che si incolla sulla pelle di chi viene guardato.

Anche il mio, per quanto abbia cercato di disinnescarlo, porta con sé le sue distorsioni. Modella le parole, sceglie cosa illuminare e cosa lasciare nell’ombra. E la pelle bianca di chi racconta non è un dettaglio su cui sorvolare. È un’impronta che precede le relazioni e la mia volontà, un disequilibrio antico – fatto di valute forti e passaporti che aprono tutte le frontiere – che pesa più del desiderio di esserci senza pregiudizi. E non posso far finta di non vederlo. Ignorarlo sarebbe un’altra forma di privilegio. Per quanto vogliamo proclamare l’uguaglianza degli esseri umani – e per quanto io stessa desideri crederci –, so che non basta dirlo perché sia vero. In queste pagine ho provato a raccontare ciò che ho visto, che ho studiato o che ho potuto intuire. Ma so bene che manca moltissimo. Ecco perché nemmeno questo libro è l’Africa. È un punto di vista. Frutto di anni di lavoro in alcuni luoghi e non in altri, di alcuni incontri e non di altri. E, come la pellicola sul fritto, anche il mio racconto modifica ciò che vorrebbe semplicemente portare in tavola.

L’Africa non è così. Cronache da un continente frainteso di Chiara Piaggio (Einaudi, 2025, pp. 176, euro 16,50)

Chiara Piaggio ha un’esperienza ventennale in Africa subsahariana. Laureata in Filosofia e specializzata in Antropologia, si occupa di cultura e letteratura africana e dei grandi cambiamenti che interessano il continente, e svolge consulenze in ambito filantropico.

Questo articolo è uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.


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