a cura di Stefania Ragusa
Questo libro contiene la storia di un sogno interrotto e di una resistenza ostinata. Estate 2015, in una Libia lacerata dalla guerra, Alaa Faraj, giovane studente di ingegneria e promettente calciatore, decide di partire per l’Italia, a soli cinquecento chilometri di distanza. Non esistono visti, né vie legali di ingresso. Come via percorribile restano solo il mare, un barcone, l’azzardo. Ma il viaggio si trasforma in tragedia: quarantanove persone muoiono soffocate nella stiva, in quella che i giornali chiameranno la “strage di ferragosto”.
Tra i sopravvissuti c’è Alaa che, sulla base di indagini affrettate, viene accusato di essere uno degli scafisti. Grida la sua innocenza ma per lui si aprono comunque le porte del carcere. Dieci anni di reclusione non scalfiscono la sua dignità né la sua fiducia nella giustizia .In cella impara l’italiano e, con una grafia paziente e ordinata, scrive il libro che oggi porta la sua voce fuori dalle mura. Le sue pagine, nate su fogli di fortuna, raggiungono Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, che diventa sua interlocutrice e alleata nella battaglia per la verità.
Il racconto che ne nasce intreccia memoria, dolore e stupore: la fuga dalla guerra, il naufragio, la prigione, ma anche il desiderio di conoscenza e la forza degli incontri umani.
Perché ero ragazzo (Sellerio, pp. 344, €17) è un atto politico e poetico insieme, una richiesta di ascolto in un’epoca che criminalizza la speranza.
Oggi, come Alaa, migliaia di persone sono accusate di “favoreggiamento dell’immigrazione” pur essendo solo sopravvissute. I veri trafficanti, invece, restano nell’ombra o, come insegna il caso Al Masri, tornano a casa con un volo di stato.

Perché ero ragazzo, Sellerio, pp. 344, €17



