di Elizabeth Ncube
L’elefante africano vive un paradosso: da un lato, la popolazione complessiva è crollata, spingendo la specie verso l’estinzione. Dall’altro, in aree specifiche come Kenya e Zimbabwe è cresciuta, causando pressione sull’ecosistema e conflitti con le comunità. Per far fronte al problema alcuni contadini si sono alleati con le api.
Pochi o troppi? Gli elefanti africani, maestosi abitanti delle savane e simboli di potenza e resilienza, si trovano oggi al centro di una sfida cruciale per la conservazione della biodiversità. Mentre la popolazione complessiva di questi pachidermi è in declino, tanto da farne temere l’estinzione, in certe regioni specifiche il loro numero è considerato eccessivo, con gravi conseguenze sugli ecosistemi e sulle comunità locali. Si stima che un secolo fa l’Africa ospitasse circa 12 milioni di elefanti. Oggi, il numero è drammaticamente sceso a circa 415.000, stando ai dati dell’ultimo censimento. Le principali cause della riduzione sono ben note: il bracconaggio, alimentato dalla domanda globale di avorio, e la perdita di habitat dovuta alla deforestazione e all’espansione agricola. Negli ultimi anni, inoltre, si è registrato un aumento significativo delle uccisioni ingenerate dai conflitti tra elefanti e comunità locali, purtroppo in crescita a causa della deforestazione, della carenza di cibo o di acqua. In Kenya, proprio a motivo del conflitto con le attività umane, ogni anno le autorità preposte alla tutela della fauna selvatica sparano a 50-120 elefanti problematici.
Spazi esigui
Il fenomeno, alimentato dalla riduzione delle aree selvagge e da un sovraffollamento delle popolazioni di elefanti in alcuni territori, è acuito dall’espansione delle aree agricole e dei pascoli nonché dalle infrastrutture e insediamenti umani. È un dato di fatto che le terre tradizionalmente riservate agli elefanti sono state progressivamente erose. Gli animali, spinti dalla necessità di cibo e acqua, si avventurano sempre più spesso nei campi coltivati, distruggendo raccolti essenziali alla sopravvivenza delle comunità locali. In alcune aree, le popolazioni di elefanti hanno raggiunto densità tali da superare la capacità di carico degli ecosistemi, aggravando ulteriormente il problema.

Le conseguenze per le comunità rurali sono devastanti. Oltre alla perdita dei raccolti, l’incontro con l’elefante può risultare mortale: tra il 2016 e il 2024 circa 200 persone ne sono rimaste vittima. La crescente vicinanza e interazione tra i pachidermi e i villaggi rurali – causata dall’aumento degli animali in aree ristrette ed eccessivamente antropizzate – sta diventando un problema serio, di sicurezza e di tutela: degli uomini, degli animali e degli habitat. Il declino degli elefanti, infatti, non è uniforme: alcune aree, come il bacino del Congo, hanno subito un crollo quasi totale, vaste regioni dell’Africa occidentale hanno visto la scomparsa completa delle due specie africane (l’elefante di savana, Loxodonta africana, e l’elefante di foresta, Loxodonta cyclotis), mentre altre ancora hanno registrato, grazie a programmi di conservazione efficaci, un aumento della popolazione locale. In alcune regioni di Kenya, Botswana e Zimbabwe, il loro numero è cresciuto significativamente, portando a un paradosso: il successo della conservazione ha causato nuove difficoltà.
Gli elefanti esercitano una pressione crescente sugli ecosistemi, già compromessi da attività umane, e la loro convivenza con le comunità locali è spesso difficile. Incidenti come campi devastati, riserve idriche contese e attacchi accidentali sono in aumento, alimentando tensioni tra la necessità di proteggere questa specie iconica e le esigenze delle popolazioni umane. La paura e la rabbia generano spesso sentimenti ostili, alimentando episodi di bracconaggio e tensioni tra conservazionisti e popolazioni locali. Per affrontare il problema, governi, ong e comunità locali stanno sperimentando diverse soluzioni. In certe regioni vengono distribuiti sistemi di allarme per spaventare gli elefanti, con segnali acustici o luci, mentre droni e sensori vengono impiegati per monitorarne i movimenti in tempo reale. Ma i risultati sono parziali.

Soluzioni difficili
Posto che è impossibile mantenere sotto controllo le nascite di nuovi elefanti – la contraccezione per via chimica funziona solo in zoo e piccole riserve –, una delle strategie più comuni per alleviare il pericolo è il loro trasferimento in aree meno densamente popolate. In Paesi come il Malawi e lo Zambia, operazioni su larga scala hanno permesso di spostare centinaia di elefanti in riserve più sicure, riducendo la pressione sulle comunità agricole. Tuttavia sono operazioni costose (trasferire un animale di sei tonnellate costa circa 20.000 dollari) e logisticamente complesse. Un’altra tecnica promettente è la creazione di corridoi faunistici, che consentono agli elefanti di spostarsi tra diverse aree protette senza interferire con gli insediamenti umani. In Tanzania, il progetto Selous-Niassa è un esempio di successo, permettendo il movimento di migliaia di elefanti tra due grandi riserve. Altro esempio virtuoso è rappresentato dal parco transfrontaliero del Grande Limpopo, che dal 2000 consente agli elefanti di muoversi liberamente in un’immensa area faunistica protetta costituita dal Parco nazionale del Limpopo del Mozambico, dal Parco nazionale Kruger del Sudafrica, dal Parco nazionale di Gonarezhou, quello di Manjinj e quello di Malipati nello Zimbabwe.
La caccia legale viene esercitata in alcune riserve private – tra le polemiche degli animalisti – anche per regolare lo sviluppo delle popolazioni. Tuttavia il bando sul commercio dell’avorio, decretato nel 1989 da Cites (la Convenzione che regola il commercio delle specie di fauna e flora) impedisce ai parchi nazionali dell’Africa australe di ridurre le popolazioni in eccesso tramite abbattimenti periodici di interi branchi ad opera dei ranger, per mantenere l’equilibrio ecologico negli habitat. In Zimbabwe, il numero elevato di elefanti ha spinto le autorità a prendere in considerazione misure controverse, come la vendita controllata di avorio e il trasferimento di gruppi di animali in altre regioni. In questo Paese la situazione è particolarmente seria. I recenti periodi di siccità hanno provocato una strage di elefanti nel Parco nazionale di Hwange, a causa della carenza di pozze d’acqua in rapporto alla concentrazione degli animali (che, secondo gli esperti, sarebbero circa il doppio della quantità sostenibile per l’ambiente).

La strategia delle api
Anche in Kenya, parchi nazionali come Amboseli e Tsavo registrano una concentrazione significativa di pachidermi, e non a caso anche questi territori lo scorso anno si sono riempiti di carcasse di animali morti di sete durante l’interminabile stagione secca. In queste regioni si registra un’interazione crescente tra loro e le comunità, con conseguenze talvolta drammatiche. Ma proprio in Kenya si sta sperimentando con successo una soluzione particolarmente innovativa: l’utilizzo dell’apicoltura. Nel Parco nazionale di Tsavo West, gli agricoltori hanno installato recinzioni di alveari attorno ai loro campi. Gli elefanti, notoriamente timorosi delle api, evitano quelle aree: la protezione dei raccolti è così garantita senza danno per gli animali. L’approccio ha il duplice vantaggio di offrire un reddito aggiuntivo agli agricoltori attraverso la vendita di miele, creando un modello di convivenza sostenibile. «La strategia sembra funzionare», dice William Kinoyi nel suo campo di mais. «Gli alveari sono collegati tra loro attraverso dei fili. Quando un elefante scuote un filo, le api difensive escono e gli elefanti fuggono. Non solo.
Le api creano molto miele che possiamo vendere. Per noi è un doppio guadagno». Questa strategia – ideata dalla locale organizzazione Save the Elephants – non solo scoraggia l’irruzione degli animali nei campi, ma promuove anche la biodiversità e aumenta le rese dei raccolti attraverso l’impollinazione. Per quanto il progetto sia lodevole, nessuno si illude che le api possano davvero risolvere il problema. La gestione della popolazione di elefanti africani rappresenta una sfida complessa che richiede un approccio multilivello. Da un lato, è essenziale rafforzare le misure contro il bracconaggio. Dall’altro, è fondamentale trovare un equilibrio tra conservazione e sostenibilità. Il conflitto tra uomini ed elefanti resta una sfida complessa. Trovare un bilanciamento tra la protezione di una delle specie più iconiche del continente e il benessere delle comunità umane richiede uno sforzo congiunto e una visione a lungo termine, dove l’educazione delle comunità, specie dei più giovani, rimane un elemento irrinunciabile.
Questo articolo è uscito sul numero 2/2025 della rivista Africa. Clicca qui per acquistare una copia.



