Nel cuore dell’Africa centrale, tra Camerun, Ciad e Nigeria, i popoli Kotoko e i Matakam usano piccoli cavalli in metallo come amuleti per curare la follia. Creati da marabutti e forgiati dai fabbri, questi talismani incarnano una terapia spirituale non violenta, che restituisce dignità al malato attraverso rituali, simboli e antiche credenze
di Aldo Villabruna
Nel cuore dell’Africa centrale, dove le colline dei monti Mandara disegnano il confine tra Camerun, Ciad e Nigeria, sopravvive una pratica antica e suggestiva, al tempo stesso rituale e terapeutica: i Putchu Guinadji, piccoli cavalli in metallo che per le popolazioni locali hanno il potere di domare la follia.
In molte regioni africane, la malattia mentale è ancora oggi vissuta come una maledizione. Gli ammalati vengono spesso isolati, incatenati, segregati per timore che la loro condizione sia contagiosa o frutto di una possessione demoniaca. In questo contesto, etnie come i Matakam e i Kotoko, tra il nord del Camerun e il sud del Ciad, hanno sviluppato una forma di cura meno cruenta, profondamente radicata nella visione spirituale del mondo che li circonda.
Il cavallo come metafora della mente
La guarigione comincia con un incontro: il malato si rivolge a un marabutto, figura chiave della medicina tradizionale e guida spirituale del villaggio. Ascoltando le sofferenze del paziente, il marabutto modella con le mani un piccolo cavallo in cera, alto pochi centimetri, cavalcato da un omino che ne tiene le redini. Il significato simbolico è chiaro: la follia è un destriero impazzito, la guarigione consiste nel riaddomesticarlo.
Terminato il modello in cera, il cavallino viene affidato al fabbro del villaggio, altro personaggio carico di potere simbolico. Capace di dominare il fuoco e trasformare il metallo grezzo in utensili, il fabbro è considerato una sorta di stregone. È lui a fondere il cavallino, che prende così forma in bronzo o in lega di metallo. Una piccola scultura, sì, ma ancora priva di potere.
Il rituale della trasformazione
A dare “anima” al cavallino è di nuovo il marabutto. Attraverso un complesso rituale, che prevede l’uso di erbe sacre, fuoco e a volte anche sangue, il Putchu Guinadji viene “attivato”: da semplice oggetto, diventa un potente talismano, capace di allontanare gli spiriti maligni che si crede abbiano invaso la mente del malato.

Il paziente dovrà portarlo con sé, legato al collo o al fianco, e accarezzarlo ogni giorno per favorire l’effetto curativo. In certi casi il cavallino viene racchiuso in una custodia di pelle assieme ad altri elementi magici, il cui contenuto resta noto solo al marabutto. Quando la guarigione non avviene in vita, l’amuleto segue il malato anche nella morte: viene sepolto con lui, per proteggerlo nell’aldilà.
Simboli e interpretazioni
Questi cavallini non seguono schemi rigidi: possono essere stilizzati, manchevoli di dettagli anatomici, ma ciò che conta è lo spirito di guarigione che li abita. Alcuni presentano più cavalieri, altri mostrano figure con le mani legate sulla schiena, simbolo chiaro del prigioniero — non di guerra, ma di mente. Un riferimento potente alla condizione di schiavitù psicologica imposta dalla malattia.

Questa iconografia non è casuale: molti villaggi ricordano ancora il tempo della tratta degli schiavi, quando intere comunità venivano deportate, e il trauma lasciato da quella violenza collettiva si è sedimentato nella memoria. Follia e prigionia, ieri come oggi, si intrecciano nella cultura popolare.
Un altro modo di pensare la cura
Il sistema medico tradizionale africano si fonda su una visione spirituale del corpo e del mondo: le malattie non sono causate da batteri o virus, ma dall’intervento di spiriti maligni. Per questo il processo di cura non passa da farmaci o strutture ospedaliere, ma da rituali e oggetti carichi di energia simbolica.
Se da un lato questo approccio può apparire ingenuo o inefficace secondo i canoni della medicina occidentale, dall’altro rappresenta una forma di cura che rispetta profondamente il malato, evitando punizioni fisiche o isolamenti violenti. Il Putchu Guinadji non solo non fa male, ma restituisce dignità e senso alla sofferenza.
Oggi, alcuni esemplari di questi cavallini — custoditi in borse di pelle che non si possono aprire — sono stati analizzati con tecniche non invasive, come le radiografie, per studiarne il contenuto. Ma il vero mistero non è ciò che sta dentro: è il potere che gli uomini gli attribuiscono.



