di Andrea Mori
In un piccolo villaggio vicino a Città del Capo, due scuole separate da un parcheggio raccontano una frattura ancora viva nella società sudafricana. Il racconto di un volontario apre una riflessione sul ruolo dell’ascolto, della dignità e sulle difficoltà del cambiamento sociale.
Ogni qualvolta un veicolo lo approccia, il cancello scorrevole che porta al piccolo parcheggio situato tra i due blocchi di edifici viene aperto dal custode. A destra, un immobile di cemento accoglie genitori, bambini e personale scolastico negli uffici degli insegnanti e nella segreteria della scuola primaria di Pniel, villaggio a circa cinquanta chilometri da Città del Capo. Le classi della scuola primaria sono situate poco oltre, in un complesso più ampio, costituito da due piani e un ampio cortile interno, in cui i bambini trascorrono le ricreazioni. Un campo da pallacanestro e un vasto prato completano l’istituto. Alla sinistra del parcheggio, invece, uno stretto viale conduce a quello che, a prima vista, appare come un ammasso confuso di prefabbricati e container. Avvicinandosi al piccolo ingresso, la scuola primaria di Nondzame prende forma, con il giardino interno, la mensa e il piccolo parco giochi costruito grazie a una raccolta fondi dell’Università di Stellenbosch. Le due scuole, quella di Pniel e quella di Nondzame, condividono un’area di qualche centinaia di metri quadrati, il cancello di accesso e il parcheggio. A parte questo, poco altro.

Tre mesi di volontariato sono stati sufficienti per comprendere la frattura, tanto profonda quanto latente, da cui ancora oggi è afflitta la società sudafricana. Un micro-mondo che riflette e spiega chiaramente le tensioni del macro-mondo. E gli indizi cominciano oltrepassato quel cancello scorrevole. A sinistra, nella piccola scuola di Nondzame, gli studenti e il personale scolastico appartengono tutti all’etnia Xhosa, la più presente tra le etnie indigene nel Capo Occidentale. A destra, nel complesso di Pniel, nonostante la sporadica presenza di alunni Xhosa, la quasi totalità dei bambini proviene dal gruppo etnico ‘coloured’, categoria sociale nata dalla commistione di coloni europei, africani indigeni, asiatici e schiavi importati nel periodo coloniale. La divisione non è casuale. Molte delle persone con cui ho avuto l’opportunità di conversare durante i cinque mesi trascorsi a Stellenbosch mi hanno dipinto la società quasi come un quadro di Mondrian. Avete presente quelle composizioni formate da rettangoli colorati, divisi da linee nere? Ecco. Come i rettangoli di Mondrian, la complessità di etnie, culture e lingue del Sudafrica si riduce a compartimenti stagni, omogenei in sé, eterogenei tra loro. “Le persone coloured, in particolare, preferiscono spesso rimanere isolati nelle proprie comunità”, mi ha spiegato un giorno una guida locale.

Stereotipo o verità? Personalmente, non conosco la risposta. Ho conosciuto, però, una piccola porzione di realtà, in cui, nonostante condividano gli stessi spazi ludici, bambini Xhosa e bambini coloured non interagiscono. La campanella dell’intervallo suona spesso in momenti diversi, quasi come – questo è stato il pensiero comune di noi volontari – per evitare che i bambini si incontrino tra loro. Quando a Pniel si finisce di giocare, a Nondzame si è appena cominciato. O viceversa. Certo, non è questo il motivo per cui il Sudafrica ha un tasso di criminalità tale da essere, ogni anno, tra i dieci paesi con più crimine al mondo. Non è nemmeno la ragione per cui la Banca Mondiale colloca il Sudafrica stabilmente in vetta alla classifica dei paesi più diseguali del mondo. È, però, parte, seppur impercettibile, del problema. A cui, presuntuosamente, noi volontari speravamo di porre rimedio, inutilmente. Le nostre proposte di piantare fiori o alberi in comunione tra le due scuole non solo sono state rigettate, ma sono rimaste inascoltate. E ciò, sia ben chiaro, non per colpa dei diretti interessati, delle scuole e delle famiglie. Per colpa nostra – o almeno così abbiamo pensato noi, accusandoci di troppa arroganza nell’agire solo in superficie, senza capire che è sulle radici sociali che bisogna agire.



Entrare nelle maglie della società sudafricana, capirne i meccanismi, le contraddizioni e le ambiguità richiede tempo. Lo stesso vale per una classe di studenti dai sei ai nove anni. Durante le prime settimane di volontariato ci è stato espressamente richiesto di non intervenire, di limitarci a osservare dall’esterno, di provare a comprendere le dinamiche in atto tra bambini e insegnanti, tra insegnanti e volontari e tra volontari e bambini, onde evitare incomprensioni. Non abbiamo lavorato con penne, libri e lavagna: la risorsa didattica essenziale in quel contesto è l’ascolto. “Non focalizzatevi su ciò che di diverso vedrete tra voi e loro”, ci ha suggerito il coordinatore del programma, “cercate piuttosto gli elementi in comune”. Ribaltare i pregiudizi, partendo dall’ascolto e dall’osservazione, è il requisito imprescindibile del dialogo interculturale. Come lo è l’empatia.
Empatia, sì, ma non pietà, né compassione gratuita. Le immagini di povertà, miseria e deprivazione suscitano spesso un sentimento che, nonostante possa sembrare innocuo, innesca una dinamica malsana, che colora il quadro con i sentimenti dello spettatore, non del protagonista. Personalmente, ho compreso questo meccanismo durante la prima ricreazione a Pniel. Mentre alcuni studenti prendevano dagli zaini uno snack portato da casa, chi una fetta di pizza, chi un sandwich, tanti si affrettavano verso la mensa, dove due addette riempivano loro una scodella con il piatto del giorno, solitamente porridge di avena. “Molti di loro non mangerebbero a casa. Spesso, quello fornito a scuola è l’unico pasto della giornata. Una colazione, una merenda e un frutto da portare con sé”, spiega un’insegnante.

Eppure, non sono immagini di pietà. Sono immagini di dignità. Siamo noi, osservatori esterni, a connotare quel momento di sentimenti compassionevoli. Tali dinamiche sono all’ordine del giorno quando lavori come volontario in un contesto di mancanza di risorse. Nelle canzoni per l’apprendimento dell’inglese, ad esempio, “the house is burning, the firemen are coming” – “la casa sta bruciando, i pompieri stanno arrivando”; il poliziotto diventa “the man who took my dad” – “l’uomo che ha preso mio padre”; e le punizioni corporali sono spesso pratica diffusa – nonostante le leggi lo vietino espressamente. E ancora, la mancanza di materiale didattico, di un livello e una strategia di insegnamento adeguati – problema, questo, condiviso dalla maggior parte delle scuole sudafricane – e le fratture profonde ereditate dal periodo di apartheid. Come reagire?
Il modo migliore di affrontare questa realtà è prenderne atto, senza costruirvi attorno macrostrutture emotive e/o sentimentali. Limitarci a osservare senza voler a tutti i costi dare un giudizio, per restituire dignità umana. Tutt’altro che semplice, certo. Ma la risposta di un membro del personale scolastico alla domanda “Com’è possibile che siano tutti così felici?” nasconde una grande verità: “Siamo stanchi di essere solo arrabbiati per il passato. Ci diamo da fare e siamo felici”.



