Da oltre quarantāanni la discarica di Dandora, a Nairobi, ĆØ il cuore di unāeconomia parallela che dĆ da mangiare a migliaia di persone. Tra fumi tossici, sfruttamento e malattie, gli scavengers recuperano materiali destinati al riciclo, mentre il governo promette di chiudere il sito. Ma, senza alternative di lavoro, la bonifica rischia di risolvere lāemergenza ambientale lasciando irrisolta quella sociale
di Fabrizio Floris
Dallāalto sembra una collina, ma basta camminarci dentro per sprofondare a ogni passo, come se si stesse scalando una montagna di fango. In realtĆ ĆØ una vecchia cava che, dagli anni Ottanta, riceve i rifiuti di Nairobi: plastica, scarti industriali, residui ospedalieri, carcasse di animali, cibo e molto altro. Per oltre quarantāanni gli scarti hanno riempito lāavvallamento fino a trasformarlo in un rilievo artificiale che continua a fumare giorno e notte. Ai fuochi dellāautocombustione si aggiungono quelli accesi dagli stessi scavengers, i raccoglitori di rifiuti,per recuperare materiali da rivendere. Ć la discarica di Dandora. Ogni mattina centinaia di giovani risalgono le sue pendici in cerca di metalli, vetro, plastica e perfino cibo.
Davanti alla baraccopoli di Korogocho, i raccoglitori trascorrono dalle otto alle dodici ore sotto il sole, respirando fumi tossici e contendendo ai marabù perfino un osso da portare a casa. Qui i rifiuti non rappresentano la fine del ciclo economico, ma lāinizio di unāaltra economia.Ogni bottiglia di plastica, ogni pezzo di metallo e ogni cartone entrano in una filiera fatta di raccoglitori, intermediari e industrie del riciclo. Ć un mercato efficiente, ma profondamente diseguale: chi affronta il rischio sanitario guadagna pochi scellini, mentre il valore dei materiali cresce a mano a mano che ci si allontana dalla discarica. Inoltre, nemmeno raccogliere rifiuti ĆØ unāattivitĆ libera. Lāaccesso ai camion e ai materiali più redditizi ĆØ controllato dai big fish, i gruppi che dominano la discarica. Gli scavengers possono raccogliere solo ciò che resta e sono costretti a rivenderlo ai middle men (neanche i rifiuti sono senza padrone), che ne fissano il prezzo (anche i camion che scaricano i rifiuti pagano una tassa informale al āgestoreā della discarica, spesso riconducibile ai potentati politici locali). A fine giornata i raccoglitori tornano a casa con pochissimi scellini. Per questo, per ridurre lo sfruttamento degli intermediari, i missionari e alcune organizzazioni hanno promosso cooperative di raccoglitori.
Ć da Korogocho che padre Alex Zanotelli prima e padre Daniele Moschetti poi hanno denunciato per anni le conseguenze sanitarie e sociali della discarica. I rifiuti accumulati per decenni sono diventati una delle emergenze ambientali più gravi della capitale. Diverse ricerche hanno evidenziato concentrazioni di metalli pesanti nel sangue degli abitanti dellāarea enormemente superiori ai livelli di sicurezza. Ā«Tutti qui abbiamo male al petto e una tosse stranaĀ», racconta Mary Mutoni, raccoglitrice della discarica. Ā«Ma se non veniamo a lavorare, non mangiamoĀ». Il presidente William Ruto ha recentemente annunciato la graduale chiusura del sito e il trasferimento delle attivitĆ verso un nuovo impianto a Ruai. Le ruspe hanno giĆ aperto nuove strade ai margini della discarica e diverse abitazioni sono state demolite.
Non ĆØ la prima volta che si promette di chiudere Dandora. GiĆ quasi ventāanni fa anche la Cooperazione italiana tentò di sostenere uno studio di fattibilitĆ . Lāiniziativa si fermò tra polemiche sulla trasparenza dellāoperazione e il timore che dietro il progetto si nascondesse la corsa al futuro business della gestione dei rifiuti. Resta però la domanda decisiva: che cosa accadrĆ alle migliaia di persone che da quella montagna di rifiuti ricavano il proprio sostentamento? Chiudere Dandora ĆØ necessario, ma una discarica non ĆØ soltanto un problema ambientale: ĆØ anche un sistema economico e unāorganizzazione sociale costruita nel corso di quarantāanni. Intervenire su questo sistema significa affrontare i rapporti di potere che regolano lāaccesso ai rifiuti, il ruolo degli intermediari e la distribuzione del valore prodotto dal riciclo. Senza questo passaggio, il trasferimento a Ruai rischia di cambiare il luogo in cui vengono scaricati i rifiuti, lasciando intatti i meccanismi di sfruttamento.
Questa rubrica ĆØ uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.


