Angola, il regno segreto di Falcopolis

di claudia

di Ákos Stiller / Panos Pictures

Le foreste di Huambo ospitano ogni anno la più maestosa concentrazione di falchi cuculi. La scoperta svela il ruolo cruciale di una regione angolana nella migrazione globale della specie. Tra meraviglia naturale e sfide ambientali, il sito diventa un simbolo di conservazione e di convivenza tra uomo e natura

Nelle foreste della provincia di Huambo, nel cuore dell’Angola, la fine della stagione delle piogge segna l’inizio di uno spettacolo naturale straordinario. Quando le prime giornate asciutte tornano a scaldare il suolo umido, milioni di insetti emergono dalla terra e si librano nel cielo, dando vita a un frenetico balletto primaverile. Sciami di termiti alate, cavallette e locuste si levano in volo, creando un turbine di ali che scintillano alla luce del sole, mentre il ronzio e il fruscio dei loro movimenti riempiono l’aria di un’energia vibrante. È un’esplosione di vita, un richiamo ancestrale che segna il ciclo ininterrotto della natura. Questo banchetto naturale richiama predatori affamati: enormi falchi cuculi (Falco vespertinus) solcano il cielo, volteggiando con eleganza prima di tuffarsi in picchiata sulle loro prede, in un equilibrio perfetto tra abbondanza e sopravvivenza. Un tale spettacolo che si ripete ogni anno, così imponente, per lungo tempo è rimasto un mistero per la scienza.

Scoperta eccezionale

Oggi sappiamo che in questa regione angolana si raduna una delle più grandi popolazioni di falchi cuculi mai documentate al mondo. Il luogo, ormai ribattezzato “Falcopolis”, ospita ogni anno centinaia di migliaia di esemplari che si preparano alla migrazione riposando in un enorme dormitorio collettivo. Una popolazione di rapaci che nel mese di marzo arriva a superare il milione di esemplari. La scoperta è stata possibile grazie al lavoro di un team di ornitologi ungheresi. Studiando il comportamento migratorio dei falchi cuculi, i ricercatori hanno individuato nell’Angola una tappa cruciale del loro viaggio, una sosta fondamentale prima di affrontare le rotte che li porteranno verso nuove terre. L’osservazione del fenomeno ha permesso di capire meglio il comportamento di questi uccelli, che al tramonto si raccolgono in stormi giganteschi, dando vita a un fiume di penne che scorre nel cielo fino a raggiungere il rifugio notturno. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa scena la descrive come un’esperienza mistica, un’emozione che trascende la semplice osservazione naturalistica. Ma la storia del falco cuculo non è solo meraviglia. Come molti altri rapaci, ha attraversato momenti difficili a causa delle attività umane.

Minacce e conservazione

L’agricoltura intensiva, l’uso massiccio di pesticidi e l’urbanizzazione hanno sottratto habitat e risorse a questi uccelli, minacciandone la sopravvivenza. Una delle principali difficoltà è stata la drastica riduzione delle taccole, uccelli che costruiscono i nidi poi utilizzati dai falchi cuculi per la riproduzione. Negli anni Novanta, le politiche di controllo delle specie considerate infestanti hanno portato a un drammatico calo di questi passeracei, mettendo così a rischio anche i falchi cuculi. In Ungheria, dove la popolazione di falchi cuculi aveva raggiunto livelli critici, un programma di conservazione ha permesso di invertire la rotta: grazie all’installazione di nidi artificiali e a strategie di tutela ambientale, il numero di esemplari è risalito dai 500 degli anni più bui agli attuali 1.300. Questo successo dimostra come interventi mirati possano davvero fare la differenza.

Lo studio della migrazione ha riservato molte sorprese. Per lungo tempo si è pensato che questi rapaci seguissero una rotta ben definita, mentre recenti ricerche hanno rivelato un percorso molto più complesso e impegnativo. «Abbiamo scoperto che il loro viaggio è incredibilmente arduo: attraversano deserti, foreste pluviali e ambienti ostili, percorrendo migliaia di chilometri», spiega Péter Palatitz, responsabile del progetto per la Società ungherese di ornitologia e conservazione della natura (Mme). Grazie al tracciamento satellitare di esemplari provenienti da diverse regioni – tra cui Kazakhstan, Romania, Italia e Ungheria – gli scienziati hanno osservato che tutti convergono in Angola in un determinato periodo dell’anno, scoperta che ha lasciato la comunità scientifica senza parole. I falchi cuculi formano colonie di nidificazione in estate e si riuniscono in dormitori comuni di notte durante la migrazione e lo svernamento. Utilizzando dispositivi di localizzazione satellitare montati sugli uccelli, i ricercatori hanno seguito il loro incredibile viaggio. Scoprendo che migliaia di esemplari trascorrono l’inverno in varie parti del bacino dell’Okavango, tra Namibia e Botswana, ma ogni marzo si dirigono nell’Angola centrale unendosi ai loro simili provenienti dall’Europa.

Sfide ambientali

La scoperta di Falcopolis è stata a dir poco straordinaria. Ogni sera il cielo sopra il sito di dormitorio è completamente coperto da falchi di diverse specie, superando le precedenti stime della popolazione globale della specie. I dati hanno mostrato per esempio che tutti i falchi zamperosse (Falco subbuteo Linnaeu), indipendentemente dal sesso o dall’origine, visitano questo luogo straordinario in un lasso di tempo molto breve. A loro si uniscono persino esemplari di un lontano parente, il falco dell’Amur, che si riproduce nell’Estremo Oriente e migra fino all’Africa attraverso l’India. Sulla base delle nostre conoscenze, nessun’altra specie di rapace si incontra fisicamente in così gran numero durante il periodo di svernamento.

Questo fenomeno naturale unico solleva diverse domande intriganti. I ricercatori sono al lavoro per trovare risposte. L’ipotesi che l’Angola fosse una tappa fondamentale per questi uccelli era stata avanzata nel 2012, ma solo sette anni dopo, grazie alla collaborazione con il conservazionista José Pedro Agostinho, la teoria è stata confermata. Agostinho, esperto sia in conservazione sia in operazioni di disinnesco di mine, ha facilitato l’accesso alla regione. Nel 2019, dopo un’attenta esplorazione, è stato documentato uno dei più grandi dormitori di falchi cuculi mai osservati, evento che ha segnato un punto di svolta per la ricerca ornitologica.

Ma l’Angola non è solo un paradiso naturale. L’ex colonia portoghese, segnata da una devastante guerra civile tra il 1975 e il 2002, ha vissuto decenni di conflitti che hanno lasciato profonde cicatrici. Oggi, nel pieno di un lento ma significativo processo di sviluppo, il Paese si trova di fronte a sfide ambientali, economiche e sociali. La crescente industrializzazione e l’estrazione intensiva di risorse naturali come petrolio e terre rare minacciano la biodiversità, mentre l’agricoltura potrebbe presto adottare pratiche dannose per l’ecosistema. Tuttavia, ci sono segnali di speranza: politiche di conservazione innovative e la crescente consapevolezza ambientale potrebbero aiutare l’Angola a proteggere il proprio patrimonio naturale.

Un laboratorio a cielo aperto

Falcopolis non è solo una straordinaria riserva naturale, ma anche un laboratorio scientifico a cielo aperto. Gli studiosi stanno analizzando il comportamento dei falchi cuculi per meglio comprendere le dinamiche migratorie, i meccanismi di adattamento ai lunghi viaggi e le strategie per evitare malattie durante gli spostamenti. Inoltre, il modo in cui questi uccelli si muovono in stormi compatti senza collisioni sta offrendo spunti interessanti per migliorare la gestione del traffico aereo e lo sviluppo di droni autonomi. Il dipartimento di Biofisica dell’Università Elte in Ungheria, sotto la guida del professor Máté Nagy, sta studiando i dati raccolti per applicarli a vari ambiti scientifici. La scoperta di Falcopolis non riguarda solo la conservazione della natura, ma lancia un messaggio universale: in un’epoca in cui il cambiamento climatico minaccia gli ecosistemi globali, è fondamentale preservare luoghi come questo. La migrazione dei falchi cuculi ci insegna che ogni piccolo gesto di tutela ambientale può generare effetti profondi e duraturi.

La conservazione non è una questione solo scientifica, è anche un processo che coinvolge direttamente le comunità locali, custodi di un territorio ancora incontaminato. Ne è convinto padre Job, sacerdote della Chiesa “Espírito Santo do Amor”, che da anni si dedica con passione a sensibilizzare i fedeli della cittadina di Mungo sull’importanza di proteggere questi rapaci. «Nelle mie prediche», racconta, «mi rivolgo soprattutto ai giovani della nostra congregazione per dissuaderli dal cacciare i falchi cuculi. Sono creature di Dio, e rispettarle significa rispettare l’equilibrio della natura che ci sostiene». Come lui, numerosi leader comunitari si stanno mobilitando per contrastare le attività dei bracconieri, consapevoli che la tutela di Falcopolis rappresenta un’opportunità per il futuro della regione. La recente scoperta di questa straordinaria concentrazione di falchi cuculi sta già attirando un numero crescente di ricercatori, ornitologi e appassionati di birdwatching da tutto il mondo, portando nuove possibilità di sviluppo economico per le comunità locali.

Con le sue vaste foreste ancora intatte, l’Angola ha il potenziale per diventare un modello di equilibrio tra progresso e conservazione, dimostrando che la tutela ambientale non è un ostacolo allo sviluppo, ma una sua possibile alleata. Proteggere Falcopolis significa salvaguardare un delicato ecosistema che ospita migliaia di specie, molte delle quali ancora poco conosciute. Anche il turismo responsabile può giocare un ruolo cruciale in questa battaglia, generando benefici concreti per la popolazione locale e rafforzando la consapevolezza dell’importanza della biodiversità. Per chi desideri contribuire alla salvaguardia di questa meraviglia naturale, o semplicemente scoprire di più, informazioni dettagliate sono disponibili sul sito www.falcopolis.org. Forse, in un futuro non troppo lontano, Falcopolis diventerà non solo un santuario per i falchi cuculi, ma anche un simbolo della nostra capacità di convivere in armonia con il pianeta, imparando dalla natura il valore della coesistenza e della resilienza.

Questo articolo è uscito sul numero 4/2025 della rivista Africa. Clicca qui per acquistare una copia.

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