Africani in divisa coloniale

di claudia

di Uoldelul Chelati Dirar

Migliaia di eritrei, somali, libici ed etiopici furono arruolati negli eserciti coloniali italiani: una scelta dettata da costi minori e convenienze politiche. Per molti africani, però, la divisa significò opportunità di lavoro, prestigio e mobilità sociale. Alcuni, formatisi nelle accademie militari italiane, segnarono la storia dei loro Paesi e della stessa Italia.

Il reclutamento di soldati africani negli eserciti coloniali fu pratica comune a tutte le potenze europee, e l’Italia non fece eccezione. Già dalla fine dell’Ottocento, migliaia di eritrei, somali, libici ed etiopici – insieme a contingenti più piccoli di yemeniti e sudanesi – furono arruolati per sostenere le conquiste e la difesa dei possedimenti italiani in Africa. L’arruolamento su larga scala rispondeva a motivazioni pratiche: il mantenimento e l’addestramento dei militari indigeni costava molto meno di quello dei soldati italiani, e le perdite risultavano politicamente più tollerabili per l’opinione pubblica. Per i cittadini europei era più accettabile la morte in battaglia di soldati africani che non quella dei connazionali. Nel caso italiano, il trauma collettivo delle sconfitte di Dogali (1887) e di Adua (1896) – con rispettivamente 500 e oltre 4.000 caduti italiani – spinse ulteriormente verso questa scelta.

Per l’Africa il reclutamento ebbe un impatto profondo, a partire dal mercato del lavoro. In Eritrea, ad esempio, in certi momenti oltre il 30% della forza lavoro maschile era assorbita dal settore militare. Non si trattava soltanto di coscrizioni forzate, pur esistite: molti giovani sceglievano la carriera militare perché in un mercato del lavoro segregato offriva migliori opportunità di mobilità sociale, una retribuzione regolare e benefici accessori come pensioni, assistenza alle famiglie e accesso all’istruzione per i figli. A ciò si aggiungeva l’uso, da parte dei reclutatori, di concetti locali di mascolinità che esaltavano il valore militare come attributo identitario. Meno nota ma altrettanto significativa fu la presenza di africani provenienti dalle colonie nelle accademie militari italiane. Queste istituzioni, nate prima dell’Unità d’Italia e incarnate dall’illustre Accademia militare di Modena, furono per secoli il luogo di formazione delle élite militari italiane. Alcuni allievi africani, formatisi in tali contesti, avrebbero lasciato segni importanti tanto nei loro Paesi d’origine quanto in Italia.

Lo dimostrano tre biografie emblematiche. Sengal Workneh, nato in Etiopia nel 1880, completò la formazione militare nel 1903 al Reggimento cavalleggeri di Alessandria, raggiungendo il grado di sergente. Divenuto funzionario coloniale e poi lettore di amarico e tigrino all’Orientale di Napoli, ottenne la cittadinanza italiana e si impose come intellettuale di spicco, autore del primo poema moderno in lingua tigrina. Domenico Mondelli, nato a Wolde Sellasie in Eritrea nel 1886, si diplomò all’Accademia di Modena nel 1905 come sottotenente. Fu tra i primi piloti neri della storia mondiale e combatté in Libia e nella Prima guerra mondiale, raggiungendo il grado di colonnello. La sua carriera fu ostacolata dal fascismo, che ne bloccò la promozione a generale; solo negli anni Sessanta gli vennero conferiti gradi onorifici fino a quello di generale di corpo d’armata. Mohammed Siad Barre (nella foto), futuro dittatore della Somalia, si arruolò nel 1935 come zaptiè nell’Arma dei Carabinieri coloniali, partecipando all’invasione dell’Etiopia. Grazie ai legami con l’Italia e all’Amministrazione fiduciaria Onu (Afis), perfezionò la sua formazione militare a Firenze e nel 1958 divenne maggiore, guidando il Corpo di sicurezza somalo prima di imporsi come leader politico. Questi percorsi mostrano come la carriera militare – dagli eserciti coloniali alle accademie italiane – abbia inciso in profondità sulla storia politica e sociale delle colonie africane, diventando al tempo stesso strumento di dominio e occasione, talvolta, di affermazione individuale.

Condividi

Altre letture correlate: