di Marco Trovato
Oggi si vota in Uganda, Paese dove Yoweri Museveni governa ininterrottamente da 40 anni. Il governo ha deciso di tagliare internet per “motivi di sicurezza pubblica” e non ha indicato una data di revoca del provvedimento. Il principale sfidante dell’attuale presidente è Bobi Wine. Dopo anni di repressione, arresti e intimidazioni, il “Ghetto President” è tornato in campo per sfidare l’anziano leader. Una sfida impari, ma capace di risvegliare la coscienza di un intero Paese.
Giacca scura, camicia bianca, cravatta rossa: Bobi Wine ha cambiato look. Non sembra più il ribelle dei ghetti di Kampala che aveva infiammato le piazze con il suo basco da combattente e le canzoni di rivolta. L’immagine del “presidente del ghetto” ha lasciato il posto a quella di una guida politica in cerca di credibilità internazionale, capace di parlare ai giovani ma anche alle istituzioni. È una trasformazione calcolata: un restyling estetico che riflette la sua strategia politica. Robert Kyagulanyi Ssentamu – questo il suo vero nome – sa che per contendere il potere al veterano Yoweri Museveni deve apparire come un leader maturo, non più come un semplice simbolo di protesta. «Non stiamo più soltanto resistendo, stiamo costruendo un’alternativa», ha dichiarato di recente. È assai probabile che le sue ambizioni vengano deluse, ma è determinato a provare a cambiare le cose.
Tutta un’altra musica
Lui, ex popstar afrobeat cresciuta nei bassifondi della capitale, incarna la speranza di una generazione che non ha mai conosciuto un altro presidente. Museveni, 81enne, è al potere dal 1986. Quarant’anni di dominio ininterrotto, reso possibile da emendamenti costituzionali su misura e da un apparato di sicurezza capillare. Wine, leader della Piattaforma di unità nazionale (Nup), principale partito di opposizione, rappresenta lo sfidante più accreditato di un potere che da decenni resta immobile ai vertici dello Stato. Nel 2021 aveva ottenuto il 35% dei voti ufficiali contro il 58% del presidente uscente – la vittoria più esigua di Museveni – ma le elezioni erano state segnate da accuse di brogli e violenze: oltre cinquanta morti nelle proteste, decine di oppositori incarcerati, Wine stesso agli arresti domiciliari. «Le elezioni non sono state credibili», denunciò allora. «La verità è che ho sconfitto Museveni, ma lui non può accettarlo». Oggi l’artista diventato politico si ripresenta con un programma centrato su giustizia sociale, occupazione giovanile, fine della corruzione e rispetto dei diritti umani.
Le sue parole continuano a infiammare un popolo esasperato dalla povertà e dalle disuguaglianze. In un Paese dove oltre il 75% della popolazione ha meno di 30 anni, e dove la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, Wine rappresenta la voce di chi si sente escluso. «Il problema non è l’Africa povera, ma i leader ricchi», ha ripetuto più volte nei suoi comizi. Ma la strada è tutta in salita. La Commissione elettorale, controllata dal partito di governo, gli ha inizialmente negato la candidatura, poi concessa solo dopo un’ondata di proteste interne e pressioni internazionali. Wine rimane il principale sfidante, ma gli osservatori non si fanno illusioni. «Museveni dispone di tutto l’apparato statale – esercito, polizia, servizio pubblico, servizi segreti, magistratura, Commissione elettorale – e non ha mai perso un’elezione senza pilotarla», osserva il politologo Frederick Golooba-Mutebi. «Anche se Bobi Wine vincesse, difficilmente gli permetterebbero di governare».

Repressione feroce
Anche questa volta la campagna elettorale è stata segnata da un clima di paura: intimidazioni, arresti e violenze contro i suoi sostenitori diretti ai comizi. In ottobre, due attivisti kenioti per i diritti umani – Bob Njagi e Nicholas Oyoo – sono scomparsi in Uganda dopo essere stati rapiti da uomini armati mentre partecipavano a un evento elettorale di Wine. «Sono stati prelevati in stile mafioso solo per essersi associati a me», ha denunciato su X. La polizia ugandese ha negato ogni coinvolgimento, ma le organizzazioni per i diritti umani parlano dell’ennesimo caso di sparizione forzata. Il regime non tollera voci dissidenti. Un’altra figura di spicco dell’opposizione, Kizza Besigye, 68 anni, è ancora in prigione a Kampala con l’accusa di tradimento, dopo essere stato rapito in novembre dal vicino Kenya e riportato con la forza in patria. Ex colonnello e medico personale di Museveni, divenuto nel tempo il suo più tenace avversario politico, nega ogni addebito e denuncia una persecuzione orchestrata per ridurlo al silenzio.
Besigye ha sfidato il presidente in quattro tornate elettorali, pagando a caro prezzo la sua opposizione: arresti, torture, processi farsa e anni di sorveglianza. «Il cambiamento in Uganda non può passare attraverso le urne», ha dichiarato dopo l’ennesima carcerazione. Wine conosce bene la brutalità del regime. Ha subìto arresti, perquisizioni, pestaggi. Durante la campagna del 2021 girava con un giubbotto antiproiettile. «Per i miei ideali sono disposto a tutto. Anche a morire», raccontò in un’intervista alla nostra rivista (Africa 2/2021). «Ma la nostra non è una lotta armata: le nostre armi sono le parole e le idee». A garantire il potere di Yoweri Museveni è lo Special Forces Command (SFC), un’unità d’élite di circa diecimila uomini, considerata da molti il suo “esercito ombra”. Armati, addestrati e fedeli solo al presidente, i reparti dell’SFC rispondono direttamente al capo dello Stato e sono di fatto sotto il controllo del figlio, il generale Muhoozi Kainerugaba, nominato nel 2024 comandante delle Forze di Difesa e indicato come suo possibile erede politico.
Pochi giorni dopo la nomina, Kainerugaba provocò un incidente diplomatico annunciando in tono scherzoso l’intenzione di invadere il Kenya, suscitando imbarazzo tra i vertici militari e allarme nella regione. L’SFC, che ha base a Entebbe e presidia infrastrutture strategiche come l’aeroporto e i giacimenti petroliferi, è accusata da organizzazioni per i diritti umani di rapimenti, torture e omicidi di oppositori, nonché di essere coinvolta nel rapimento in Kenya del già citato oppositore politico Kizza Besigye. Le autorità militari respingono ogni accusa, ma l’unità resta il simbolo di un potere sempre più dinastico e repressivo. A giugno, il Parlamento ha riconosciuto ufficialmente l’SFC come uno dei quattro rami dell’esercito, una decisione che ha suscitato dure proteste dell’opposizione, secondo cui il governo sta consolidando la propria presa militare sul Paese. Analisti indipendenti avvertono che la rivalità latente tra l’SFC — oggi guidata dal generale David Mugisha — e l’esercito regolare, forte di circa 40.000 uomini, potrebbe degenerare in futuro, quando finirà l’era Museveni, aprendo scenari di instabilità simili a quelli che hanno portato al collasso del regime di Omar al-Bashir in Sudan.

Regime granitico
Nonostante la repressione, il movimento di Bobi Wine ha consolidato la presenza in Parlamento, dove il Nup è oggi la principale forza di opposizione. Ma la mancanza di fondi – dopo che il governo ha modificato la legge sui finanziamenti pubblici escludendo i partiti non allineati – e le divisioni interne minacciano la coesione del gruppo. Alcuni deputati, accusando Wine di nepotismo per la nomina di familiari e amici a posizioni chiave, hanno abbandonato il partito per fondare nuove sigle.
Andrew Karamagi, avvocato e analista politico, sostiene che questi conflitti riflettono «un sistema disfunzionale, dove la politica è diventata l’attività più redditizia del Paese». Tuttavia, aggiunge, «il Nup e il suo leader restano l’unico spazio di speranza per una generazione che non ha voce». Gli esperti riconoscono che il carisma di Wine e la sua capacità di parlare ai giovani urbani potrebbero logorare gradualmente il partito di Museveni. «Se continua a crescere così, il Nup finirà per erodere il consenso del regime», prevede Golooba-Mutebi. La forza di Bobi Wine sta anche nel linguaggio simbolico. La musica, la danza, la cultura pop sono da sempre parte della sua militanza. Nelle sue canzoni, la rabbia dei poveri si mescola all’orgoglio nazionale, la denuncia alla speranza. Da artista a deputato, da icona a oppositore, Wine ha saputo trasformare la propria storia personale in parabola collettiva: quella di un ragazzo del ghetto che osa sognare la presidenza in un Paese dove il potere sembra eterno.
Ma il sogno resta fragile. La libertà di stampa è soffocata, gli oppositori sorvegliati, i giornalisti minacciati. Durante le scorse elezioni, il governo oscurò internet per impedire la diffusione di prove di brogli. La propaganda statale racconta un Paese stabile e in crescita economica, ma dietro le cifre del pil si nascondono disoccupazione, corruzione e povertà diffusa. Museveni continua a presentarsi come garante di sicurezza e alleato dell’Occidente nella lotta al terrorismo, in particolare in Somalia, dove l’Uganda guida parte della forza africana contro al-Shabaab. È questo ruolo geopolitico che spinge molti governi occidentali a chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani. «L’Occidente», accusa Wine, «aiuta Museveni a reprimere il nostro popolo. Parlano di democrazia, ma finanziano la dittatura».

Momento di verità
Le elezioni del 2026 saranno un banco di prova per la democrazia ugandese, ma anche per la credibilità della comunità internazionale. La Commissione elettorale promette un processo «libero e trasparente», ma pochi ci credono. «La gente ha paura, ma anche speranza», dice Catherine Soi, corrispondente di Al Jazeera da Kampala. «Non si illude che queste elezioni siano eque, ma sa che ogni voto per Bobi Wine è un atto di resistenza». Nelle periferie della capitale, dove Wine è venerato come un eroe, i suoi comizi attirano folle entusiaste nonostante il rischio di arresti. I giovani lo chiamano “People’s President”, presidente del popolo. Alcuni tatuano il suo volto sull’avambraccio, altri portano al collo una chiave rossa – simbolo del Nup – come amuleto di libertà. Proprio nei ghetti di Kampala, dove l’artista è cresciuto, il messaggio di cambiamento è più forte che mai. «Non vogliamo solo un nuovo governo», dice Moses, 24 anni, venditore ambulante. «Vogliamo un futuro».
È probabile che Bobi Wine prevalga tra i giovani urbanizzati, mentre l’inossidabile Yoweri Museveni continuerà a raccogliere ampio consenso tra gli elettori più anziani e nelle regioni rurali, dove il partito del suo sfidante non è riuscito nemmeno a presentare candidati alle amministrative. Proprio in quelle aree più remote, lontano dai riflettori dei media, molti temono possano ripetersi brogli e intimidazioni, come già denunciato dagli osservatori internazionali nelle precedenti tornate. La vera incognita, semmai, è un’altra: la reazione della base elettorale di Bobi Wine. Una generazione giovane, urbanizzata e impaziente, disposta ad accettare ancora una volta la sconfitta o pronta a scendere in piazza se il cambiamento verrà nuovamente negato? In diverse aree dell’Africa – dal Sudan al Senegal, dal Madagascar alla Nigeria – abbiamo assistito alle mobilitazioni di massa della cosiddetta Generazione Z, giovani nati e cresciuti nell’era digitale, trasformarsi in onde d’urto politiche capaci di scuotere i palazzi del potere.
Ora tocca all’Uganda. “Il presidente del ghetto” continua a sognare un’Uganda libera, più giusta, più giovane. «Durante la mia vita ho visto cadere dittatori e muri», ricordava dopo le scorse elezioni. «Sono certo che vedrò la libertà anche nella nostra amata nazione. Forse morirò prima, ma accadrà. La storia è dalla nostra parte».
Questo articolo è uscito sull’ultimo numero della rivista Africa. Clicca qui per acquistare una copia.



