I cerchi fatati della Namibia

di claudia

di Anika Badenhorst

Nel cuore del deserto del Namib, migliaia di cerchi perfetti privi di vegetazione al loro interno punteggiano l’immensa prateria. Si credeva fossero opera delle termiti, ma nuovi studi suggeriscono altre spiegazioni e riaprono il dibattito. Tra scienza e leggenda, i fairy circles restano uno dei misteri più affascinanti e spettacolari dell’Africa.

Le mongolfiere si librano nel cielo terso del Parco Nazionale Namib-Naukluft, mentre i turisti accorrono per ammirare dall’alto l’immensa prateria dorata, punteggiata da migliaia di dischi di terra rossa. È un paesaggio mozzafiato, unico al mondo, reso ancora più suggestivo dalla presenza di queste misteriose macchie prive di vegetazione, sorprendentemente regolari, con diametri che variano tra i 2 e i 5 metri. Le chiamano fairy circles, “cerchi delle fate”, e rappresentano uno dei più affascinanti enigmi della natura africana. Per decenni, scienziati e appassionati si sono interrogati sulla loro origine, avanzando teorie che spaziano dalla biologia alla fantascienza. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che gli “anelli d’erba” fossero il risultato dell’azione di funghi sotterranei capaci di sterilizzare il suolo, mentre altri hanno suggerito la presenza di gas tossici provenienti dal sottosuolo, in grado di sterminare ogni forma di vita vegetale. Non sono mancate ipotesi più fantasiose, come il passaggio di astronavi aliene o gli effetti di materiale radioattivi – magari come conseguenza di esperimenti nucleari tenuti segreti per ragioni militari – alimentate dal fatto che la Namibia è il terzo produttore mondiale di uranio.

Nel 2017, uno studio condotto da un’équipe dell’Università di Princeton, guidata dalla biologa Corina Tarnita, sembrava finalmente aver fatto luce sul mistero (v. Africa 6/2017). Secondo quanto reso pubblico dai ricercatori sulla rivista Nature, i fairy circles sarebbero il risultato di una complessa interazione tra le termiti sotterranee (Psammotermes allocerus) e la vegetazione locale. «Le termiti si nutrono delle radici delle piante, impedendone la crescita all’interno dei cerchi, mentre l’erba ai margini si sviluppa rigogliosa grazie alla maggiore disponibilità d’acqua», spiegavano gli scienziati britannici.

Una nuova spiegazione

Adesso, però, una nuova ricerca mette tutto in discussione. L’origine dei cerchi delle fate potrebbe non essere legata alle termiti, ma alla competizione per l’acqua, un fenomeno di adattamento naturale della vegetazione locale in un ambiente ostile. A questa conclusione è giunto un team di biologi delle università di Göttingen e Ben Gurion, che tra il 2023 e il 2024 ha studiato 500 piante di erba del deserto in quattro diverse regioni della Namibia, misurandone radici, foglie e umidità del suolo durante le stagioni delle piogge. I risultati delle analisi hanno rivelato un dato sorprendente: la fascia superficiale del terreno, tra i 10 e i 12 centimetri, si asciuga rapidamente all’interno dei cerchi, creando una “zona di morte” per le giovani piantine, che in pochi giorni appassiscono. Questo processo, spiegano i ricercatori, non dipenderebbe dall’azione delle termiti bensì dalla scarsità d’acqua. Le erbe più mature, che crescono ai margini dei cerchi, sviluppano radici più profonde, fino a 20-30 centimetri, dove l’umidità si conserva più a lungo. In tal modo, le piante adulte assorbono la poca acqua disponibile lasciando le piantine appena nate senza risorse per sopravvivere. Le misurazioni effettuate sul campo hanno confermato che l’umidità del suolo cala più rapidamente all’interno dei cerchi rispetto alle zone circostanti. L’acqua superficiale evapora prima che le radici delle giovani piante possano raggiungere strati più profondi, condannandole inevitabilmente alla morte.

Questo meccanismo suggerisce che i fairy circles siano il risultato di un fenomeno di autoorganizzazione della vegetazione, che si adatta alle condizioni estreme del deserto per ottimizzare le risorse idriche disponibili. «Questa capacità di adattamento dimostra come la natura trovi strategie invisibili per sopravvivere in condizioni estreme», ha dichiarato il dottor Stephan Getzin dell’Università di Göttingen, uno degli autori dello studio. «I cerchi fatati, lungi dall’essere semplici anomalie, rappresentano un equilibrio dinamico tra competizione e cooperazione vegetale. Ogni filo d’erba lotta per un sorso d’acqua sotto il sole implacabile del Namib». La scoperta ha rilanciato il dibattito scientifico, aprendo nuove prospettive di ricerca. Alcuni studiosi ritengono che la verità possa trovarsi a metà strada tra le due teorie, con un’interazione fra termiti e vegetazione che si rafforza nel tempo. Altri suggeriscono che fenomeni climatici più ampi, come l’andamento delle piogge e la progressiva desertificazione, possano aver modellato la formazione di questi cerchi in modi ancora non del tutto compresi.

Nel frattempo, i fairy circles continuano a incantare chiunque visiti il deserto del Namib. Dall’alto di una mongolfiera, il loro disegno sembra una rete infinita di macchie circolari, un mosaico naturale che sfida la logica e ispira la fantasia. Tra scienza e mistero, questi cerchi restano una delle meraviglie più enigmatiche dell’Africa.

Questo articolo è uscito sul numero 4/2025 della rivista Africa. Clicca qui per acquistare una copia.

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