05/01/14 – Africa – Israele: 30 mila africani chiedono lo status di rifugiato

di AFRICA
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“Sì alla libertà, no al carcere”. E’ scandendo questo slogan che oltre 30 mila immigrati africani hanno protestato a piazza Rabin, a Tel Aviv, contro i numerosi rifiuti, da parte dello stato di Israele, delle richieste per ottenere lo status di rifugiato; contro la lentezza del sistema nell’esaminare le pratiche e contro la detenzione di centinaia di richiedenti asilo in strutture paragonate al carcere. Ad affiancarli, riportano le agenzie di stampa, anche decine di cittadini israeliani.

L’ex ministro dell’Interno:  “Lo Stato di Israele rimpatri questi infiltrati”. Lo scrive sul suo sito Eli Yishai, l’ex ministro dell’Interno che nel 2012 fece deportare decine di migliaia di migranti clandestini e che ha bollato la nuova protesta come “antisionista” e i manifestanti come “infiltrati” che hanno “ormai trasformato Tel Aviv in una citta’ africana”.

Contro il nuovo centro di detenzione di Holot -Al centro della protesta anche il nuovo centro di per migranti di Holot, nel Negev. Aperto un mese fa, sostituisce il carcere di Saharonim, dove precedentemente venivano rinchiusi i migranti clandestini e che prevedeva misure decisamente più dure. Holot è definito dalle autorità israeliane un centro “aperto”: i migranti, in effetti, possono uscire durante il giorno, ma hanno una sorta di obbligo di firma. I volantini distribuiti durante la protesta lo definiscono, invece, “una prigione”.

In un’intervista al quotidiano Haaretz, uno dei leader della protesta di Tel Aviv sintetitzza così la condizione degli immigrati in Israele: “Vai al ministero dell’Interno per ottenere un visto e l’attesa è talmente lunga che non lo ottieni. A quel punto ti ritrovi in strada, ti trovano senza visto, e ti mettono in galera”.

Una protesta analoga è stata organizzata, contemporaneamente, anche a Eilat, sulla costa israeliana, dove molti dei richiedenti asilo e degli immigranti africani lavorano negli alberghi e nei resort.

Molti degli immigrati hanno aderito anche a uno sciopero di tre giorni. Un gesto estremo: alcuni di loro lo fanno per dare maggiore forza alla loro richiesta di ottenere lo status di rifugiati, altri, che lavorano illegamente in bar e ristoranti, mettono a rischio la loro unica fonte di guadagno e chiedono semplicemente rispetto dei loro “diritti di esseri umani”.

Varata il 10 dicembre 2013, la nuova legge israeliana sull’immigrazione permette al governo di trattenere in strutture, come quella di Holot, gli immigrati clandestini fino ad un anno senza processo. Precedentemente il periodo di limbo poteva arrivare fino a tre anni. Una norma, quest’ultima, che, lo scorso settembre, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele, però, ha già intrapreso un’azione legale anche contro le nuove regole e ha dato inizio a una petizione per abolirla: “la nuova legge – si legge nel testo – permette un periodo di detenzione interminabile per i migranti non deportabili ed è fatta apposta per minarli psicologicamente e spingerli alla cosidetta deportazione volontaria, a rischio della loro stessa vita.

Avendo firmato la Convezione ONU per i diritti dei rifugiati, Israele non può rimpatriare i richiedenti asilo – come gli Eritrei che hanno ottenuto la protezione umanitaria collettiva – ma non riconosce loro lo status di rifugiato. Se però i migranti accettano volontariamente di tornare nel proprio Paese d’origine – è questa la cosidetta deportazione volontaria – ottengono una contributo economico.

Da quando è passata la nuova legge ci sono stati focolai di protesta in quasi tutte le città israeliane. Il mese scorso mille migranti sono scesi in piazza insieme ad alcuni attivisti israeliani per i diritti umani per chiedere che Israele acceleri l’esame delle loro pratiche e le procedure di rilascio di circa tre mila migranti a oggi trattenuti.

Secondo l’African Refugee Development Center di Tel Aviv, Israele conta circa 55 mila richiedenti asilo, la maggior parte arrivano dall’Eritrea e dal Sud Sudan . Prima della costruzione della rete al confine con l’Egitto – costata 400 milioni di dollari – la zona del Sinai era la frontiera più porosa. Dalla sua nascita, nel 1948, lo stato di Israele ha approvato, tuttavia, meno 200 richieste di asilo di migranti africani. – Rainews

 

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