L’Unione europea e il Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni contro comandanti militari, finanziatori e intermediari accusati di alimentare la guerra in Sudan, nel tentativo di colpire le reti operative ed economiche che sostengono il conflitto, ormai al suo terzo anno.
Il governo britannico ha annunciato nei giorni scorsi il congelamento dei beni e il divieto di viaggio per sei persone legate alle Forze di supporto rapido (Rsf) e a milizie alleate dell’esercito regolare. Tra i sanzionati figurano tre cittadini colombiani accusati di aver organizzato il reclutamento di ex militari sudamericani per combattere a fianco delle Rsf, oltre a un dirigente bancario ritenuto coinvolto nel finanziamento delle operazioni del gruppo paramilitare. Londra ha inoltre colpito due comandanti sul campo, indicati come responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario in Darfur e nel Sudan centrale, come riferisce Sudan War Monitor.
Le misure britanniche seguono quelle adottate dall’Unione europea il 29 gennaio, quando Bruxelles ha inserito sette persone nella propria lista nera, colpendo esponenti di entrambi gli schieramenti. Tra questi anche un fratello del leader delle Rsf e un comandante di una formazione paramilitare islamista che combatte a fianco delle Forze armate sudanesi, accusata di esecuzioni sommarie e violenze contro civili a Khartoum Nord e nello Stato di Gezira.
Secondo fonti diplomatiche citate da Sudan War Monitor, le nuove designazioni segnano un cambio di passo, con l’attenzione che si sposta dai vertici politici ai comandanti operativi e ai facilitatori esterni, considerati essenziali per la prosecuzione delle ostilità. Un elemento inedito è il focus sulle reti transnazionali di mercenari, in particolare sul canale latinoamericano che avrebbe fornito alle Rsf competenze militari specialistiche.
L’iniziativa coincide con l’assunzione della presidenza britannica del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e mira a rafforzare la pressione per un cessate il fuoco, mentre il conflitto continua a provocare quella che le Nazioni Unite definiscono la più grave crisi di sfollati al mondo. Resta incerto l’impatto immediato delle sanzioni sul terreno, in un contesto in cui molti dei soggetti colpiti operano al di fuori dei circuiti finanziari occidentali.


