di Enrico Casale
L’accordo firmato il 4 dicembre tra Kinshasa e Kigali è frutto soprattutto della spinta statunitense a stabilizzare l’Est del Congo per garantire l’accesso ai minerali critici e contenere Pechino. Ma il nodo dell’M23 e le ambiguità regionali rendono la tregua fragile.
La firma dell’accordo di pace tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, avvenuta il 4 dicembre, presentata come un passo storico verso la stabilizzazione dei Grandi Laghi, è soprattutto il risultato di un delicato equilibrio geopolitico in cui pesano gli interessi delle potenze globali e locali. Secondo Corrado Cok, analista dell’European Council on Foreign Relations (Consiglio Europeo per le Relazioni Internazionali), l’intesa “nasce principalmente dalla forte pressione esercitata da Washington, che considera indispensabile garantire un minimo di stabilità nell’Est del Congo per consentire nuovi investimenti americani nel settore minerario”.
La regione è uno snodo strategico planetario per l’approvvigionamento di minerali critici come cobalto e “3T” (stagno, tantalio, tungsteno), indispensabili per batterie, microelettronica e tecnologie legate alla transizione energetica. La Repubblica Democratica del Congo produce circa il 70% del cobalto mondiale: una quota che spiega l’interesse statunitense a bilanciare l’influenza cinese, consolidata da anni di investimenti in miniere e infrastrutture. “L’obiettivo americano – osserva Cok -, è contenere il predominio cinese nel settore minerario africano e riportare parte delle catene di approvvigionamento sotto un più stretto controllo occidentale”.
L’accordo, però, non affronta la questione più delicata: il ruolo dell’M23, gruppo armato sostenuto dal Ruanda, che da oltre un decennio destabilizza le province orientali congolesi. “L’M23 non è solo un proxy ruandese – spiega Cok -. Al suo interno convivono leader con ambizioni politiche nazionali, che puntano a ottenere un ruolo nel governo di Kinshasa. È su questo nodo che i negoziati tra Rd Congo e M23 si inceppano da anni”. Il movimento rivendica infatti una rappresentanza nelle istituzioni centrali, richiesta che il governo congolese considera inaccettabile.
Ruanda e Congo hanno accettato la mediazione soprattutto per calcolo politico. Nessuno dei due presidenti, il ruandese Paul Kagame e il congolese Felix-Antoine Tshisekedi, voleva essere visto come l’ostacolo alla strategia diplomatica della Casa Bianca. Per Kigali, mantenere un’influenza nell’Est del Congo significa proteggere i confini e garantire l’accesso a catene di approvvigionamento minerarie che, negli anni, hanno alimentato una parte dell’economia ruandese. Per Kinshasa, aderire al processo negoziale è un modo per ottenere sostegno internazionale nella lotta contro l’M23 e, al tempo stesso, per riaprire la porta agli investimenti esteri in un momento di forte instabilità interna.
A complicare ulteriormente il quadro intervengono anche gli attori regionali. Il Burundi, segnato da profonde tensioni etniche e da un passato di conflitti interni, teme l’espansione dell’M23 lungo il confine. L’Uganda mantiene invece un rapporto ambiguo con il gruppo: non lo sostiene apertamente, ma conserva un canale di dialogo per evitare tensioni dirette e difendere i propri interessi nell’Est congolese. “L’intera area – sintetizza Cok -, è un mosaico di milizie, economie informali, comunità locali e potenze regionali che agiscono in base a logiche spesso incompatibili”.
In questo scenario, l’accordo tra Kinshasa e Kigali appare come un tassello necessario ma non sufficiente. È una tregua diplomatica utile agli Stati Uniti per rivendicare un risultato politico in un conflitto a lungo ignorato, ma che resta fragile sul terreno. La ricerca di minerali strategici, le ambizioni dei gruppi armati e la competizione tra Washington e Pechino trasformano ogni passo verso la pace in un equilibrio provvisorio.
La regione dei Grandi Laghi rimane così uno dei teatri più instabili del continente africano, dove la pace appare possibile solo sulla carta e dove ogni accordo, anche il più celebrato, rischia di essere travolto dalla complessità delle dinamiche locali e globali.



