a cura di Marco Trovato
Metropoli che crescono a ritmi vertiginosi, slum che accolgono milioni di persone, economie informali che reggono interi Paesi. Fabrizio Floris, sociologo e docente universitario, ha osservato per trent’anni la vita negli insediamenti urbani africani. Nel suo nuovo libro analizza sfide, contraddizioni e speranze di un continente in trasformazione
Per decenni l’immaginario sull’Africa è stato dominato da villaggi isolati e capanne nella savana. Oggi la realtà è ben diversa: oltre metà della popolazione vive in città, e metropoli come Lagos o Il Cairo superano i venti milioni di abitanti, il doppio della Lombardia. Ogni giorno decine di migliaia di persone abbandonano le campagne per cercare opportunità urbane. Un processo rapido e complesso, che ridisegna il futuro del continente. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Floris, sociologo, docente universitario e autore di Urbanizzazione, economia informale e baraccopoli in Africa (FrancoAngeli 2025, pp. 216, € 32,00).
Professore, in che cosa l’urbanizzazione africana differisce da quella vissuta altrove nel Novecento?
Prima di tutto nei numeri. Torino negli anni Sessanta crebbe di 300.000 abitanti in dieci anni. A Nairobi o Lagos questo accade in un solo anno. La seconda differenza è la mancanza di lavoro formale: la gente si riversa in città senza che ci siano fabbriche ad accoglierla. Deve inventarsi la propria vita urbana. Così nascono gli slum: spazi precari, ma che per gli urbanisti sono paradossalmente “casi di successo”. Perché 200.000 persone che in un anno riescono a trovare un tetto, nutrirsi e mandare i figli a scuola, senza infrastrutture e senza aiuti pubblici, restano un enigma dal punto di vista economico.
Il ritmo resterà così elevato anche nei prossimi decenni?
Sì, almeno fino al 2050. In media le città crescono del 2-3% l’anno, ma i quartieri periferici aumentano fino al 20%. Succede per tre motivi: migrazione dalle campagne, trasformazione di aree rurali in urbane, alta natalità interna. Ed è un errore considerare questi insediamenti un blocco omogeneo: dentro gli slum ci sono stratificazioni sociali, proprietari e affittuari, attività redditizie e pura sopravvivenza. Non tutti sono poveri allo stesso modo: alcuni arricchiscono affittando baracche, spesso connessi a reti politiche locali, il che spiega la stabilità di questi insediamenti.
Lei ha seguito per tre decenni Korogocho, baraccopoli di Nairobi. Che cos’è cambiato?
Alcuni miglioramenti infrastrutturali: strade asfaltate, punti luce, scuole costruite grazie anche a fondi della cooperazione italiana. Ma i problemi restano: il diritto alla terra, anzitutto. La maggioranza vive in affitto, senza proprietà né sicurezza. Negli anni Novanta c’erano 5.000 piccole attività informali; oggi meno di 1.000. Gli interventi urbanistici hanno spesso fatto alzare gli affitti o demolito botteghe. Risultato: redditi dimezzati e crescente dipendenza da aiuti politici o ong. Un paradosso drammatico.
L’economia informale è dunque la vera spina dorsale delle città?
Sì: garantisce l’80-90% dei posti di lavoro urbani e circa il 30% del pil. “Informale” però non significa illegale: spesso è la legge a non riconoscere le attività, perché nascono in aree segnate come “verde pubblico” o non censite. Ci sono diversi livelli: chi ha subappalti collegati all’industria e chi vive di pura sussistenza, come vendere frutta o fare trasporti di fortuna. In entrambi i casi, le persone si inventano quotidianamente un modo per sopravvivere. E nella maggior parte dei casi ci riescono.

Lo slum disgrega o rafforza le reti sociali?
Entrambe le cose. Nei villaggi la famiglia allargata reggeva l’economia domestica. In città la migrazione è spesso individuale, e nelle baraccopoli prevalgono donne e bambini. Ci sono esperienze di solidarietà, ma anche fratture profonde. La differenza cruciale è tra quartieri poveri, dove esistono diritti, e slum, dove i diritti mancano del tutto: senza titoli di terra non puoi investire sulla tua attività, costruire una casa di mattoni, mettere un’insegna. La povertà è anzitutto giuridica, prima ancora che economica.
Quante persone vivono oggi in insediamenti informali?
Tra il 50 e il 60% della popolazione urbana africana, in alcune città anche di più. Significa centinaia di milioni di persone. È un fenomeno destinato a crescere: l’intensità della migrazione è tale che nessun governo, con risorse di 2-3 dollari pro capite per le infrastrutture, può reggere. Città da 10-20 milioni di abitanti che guadagnano 200.000 persone l’anno sono ingovernabili anche per Paesi molto più ricchi.
Perché la gente si sposta in città? Cerca nuove opportunità o fugge dalle campagne?
Per entrambi i motivi: fuga da siccità, insicurezza e violenze, e attrazione per la città, dove vanno investimenti e possibilità di mobilità sociale. È lo stesso meccanismo per cui in Italia si va a Milano più che in un paesino dell’Appennino. Anche se il sogno urbano spesso resta un miraggio, per molti giovani vale la pena tentare: la campagna appare immobile, la città almeno offre una possibilità di riscatto.

Nell’immaginario collettivo lo slum è solo miseria. Ma ci sono anche storie positive?
Molte. Ricordo Doris, donna sola con nipoti orfani di aids, che bolliva il tè bruciando carta pur di evitare che i bambini andassero in discarica. O la venditrice di frutta che, rischiando la vita sulla trafficata Thika Road di Nairobi, riusciva a pagare la scuola ai figli. O ancora Michael, che ha fondato una scuola di quartiere per sottrarre i ragazzi alla raccolta dei rifiuti. Negli slum trovi disperazione, ma anche creatività, resilienza, spirito imprenditoriale. È questa la lezione più grande: la capacità di immaginare un futuro anche nei contesti più ostili.
Come saranno le città africane del 2050?
Si rafforzerà la polarizzazione: quartieri “vetrina” con investimenti, e slum spinti sempre più ai margini, vittime della speculazione. Continueranno a esistere due città: quella con diritti e quella senza. A meno che i governi non scelgano di investire davvero sul riconoscimento giuridico e sull’immaginario urbano, rischiamo di avere metropoli senza cittadini, dove i diritti restano scritti nelle costituzioni ma non sono esigibili nella vita quotidiana.



