di Stefano Pancera
Informatori, poliziotti e truffatori sfruttano la normativa del 2023 per ricattare la comunità Lgbtq. Oltre 1.200 i casi documentati
Nel cuore della notte, il riverbero di uno smartphone illumina il volto teso di un operatore in un ufficio anonimo di Kampala. È un fine settimana e le linee di assistenza per i diritti civili sono sature. Dall’altra parte del filo, le storie si ripetono con una regolarità agghiacciante: giovani attirati in un’imboscata tramite un’app di incontri e poi picchiati. In Uganda, la legge contro gli omosessuali non è più solo una norma giuridica estrema, ma si è trasformata in un’infrastruttura per il ricatto sistematico, dove il confine tra applicazione della legge e criminalità comune è diventato invisibile.
La nuova legge speciale del 2023 nel giro di pochi mesi ha cambiato la vita quotidiana di chiunque fosse percepito come diverso. La pena massima per i rapporti omosessuali consenzienti è l’ergastolo, mentre i colpevoli di «omosessualità aggravata» rischiano la pena di morte. La norma obbliga anche ogni cittadino a segnalare alla polizia sospetti comportamenti omosessuali.
Il bilancio dell’Human Rights Awareness and Promotion Forum, organizzazione ugandese per i diritti umani, parla di più di 1.200 casi di ricatto e negli ultimi tre anni. Le cifre reali, precisa il Forum, sono verosimilmente superiori perché gran parte delle vittime non sporge denuncia.
Come documentato da una recente inchiesta del Wall Street Journal e confermato dai monitoraggi locali, bande di criminali e agenti di polizia corrotti collaborano per tendere trappole mirate. Il metodo che preferiscono è il catfishing: utilizzano profili falsi sulle piattaforme di dating per fissare appuntamenti in luoghi isolati. All’arrivo della vittima, scatta il ricatto. La scelta è brutale: pagare una somma ingente, spesso tutto ciò che il malcapitato possiede, o finire in una cella con un’accusa che equivale a una condanna sociale definitiva. Molti scelgono di pagare, alimentando un mercato nero dell’estorsione che non risparmia nessuno.
A gennaio, per esempio, un uomo ha accettato un appuntamento con uno sconosciuto che lo aveva contattato su Grindr, una piattaforma per incontri molto utilizzata dalla comunità Lgbtq. Quest’ultimo si è presentato insieme ad agenti in borghese che hanno arrestato la vittima. Perquisendo il suo telefono, hanno individuato un presunto partner, attirato anche lui con l’inganno e arrestato. Alla coppia è stato chiesto un riscatto di duemila dollari.
Secondo quanto emerge, nei bar della capitale Kampala, durante i fine settimana, si muoverebbero informatori pagati dalla polizia che osservano gesti, abbigliamento e sguardi dei presenti. Basta un sospetto per far scattare un’irruzione. Proprio qualche settimana fa il caso di due donne arrestate a Kampala per un presunto bacio in pubblico ha riacceso i riflettori sulla ferocia della sorveglianza comunitaria. Un informatore, dopo averle viste baciarsi, ha chiesto loro del denaro per non denunciarle. Di fronte al mancato pagamento, le ha consegnate alle autorità. Trattenute una settimana, sono state rilasciate versando una tangente equivalente a cento dollari, con l’impegno di pagarne altri cento. Non riuscendo a riscuotere la seconda parte del riscatto, la polizia le ha arrestate di nuovo e la procura le ha incriminate per omosessualità e pratiche indecenti. Le due donne si sono dichiarate non colpevoli ma il magistrato ha negato la cauzione.
«È una grande rete criminale che approfitta della legge come arma per estorcere, le persone che si ritiene appartengano alla comunità Lgbtq sono abitualmente sorvegliate, prese di mira e molestate costrette pagare cifre folli e non hanno nemmeno un posto dove nascondersi», ha raccontato Frank Mugisha, attivista per i diritti degli omosessuali al Wall Street Journal.
Il clima politico ha esasperato la situazione. Le elezioni generali del gennaio di quest’anno hanno visto la retorica anti-LGBTQ+ diventare il pilastro di molte campagne elettorali, trasformando la minoranza in un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai problemi economici del Paese. Nonostante i ricorsi, la Corte Costituzionale ugandese ha mantenuto intatto l’impianto repressivo della norma, confermando la legittimità della pena capitale. Questo ha dato il via libera a “vigilantes” dei costumi: molti cittadini si sentono investiti del ruolo di guardiani della moralità, spesso usando la denuncia come arma per risolvere vecchi rancori personali o dispute di vicinato. Per altri, il ricorso alla denuncia è quasi un dovere civico e religioso per proteggere la comunità, i bambini, i valori africani e l’ordine sociale minacciato da comportamenti considerati devianti.
Le conseguenze umane sono devastanti e misurabili. Il sistema sanitario segnala un drastico calo dell’accesso alle cure per l’HIV e altre patologie, dal momento che i pazienti temono che i medici, obbligati dalla legge a denunciare i comportamenti illegali, possano tradirli. Chi può, fugge verso il Kenya ma per chi resta, la vita si è ridotta a una serie di precauzioni paranoiche, dove un messaggio sul telefono o un incontro serale possono trasformarsi nel preludio di un arresto o di un pestaggio. In questo scenario, la legge non serve a proteggere la società, ma a fornire gli strumenti legali per smantellarla, un ricatto alla volta.



