La generazione inquieta

di claudia

di Mario Giro

L’Africa è il continente più giovane del pianeta: una potenza vitale, ma anche una bomba demografica pronta a esplodere se non troverà risposte. Milioni di ragazzi disoccupati, frustrati e senza guida alimentano il “bubbone giovanile” che ridisegnerà la geopolitica globale.

Il tema dei giovani è il cuore pulsante delle crisi e dei conflitti subsahariani. Con un’età media di 19 anni, l’Africa ha la popolazione più giovane del pianeta: il 60% ha meno di 25 anni, e oltre un terzo fra i 15 e i 24. Entro il 2100, i giovani africani sotto i 25 anni saranno un miliardo. Una potenza vitale, ma anche – per molti – una bomba a orologeria demografica pronta a esplodere se non verranno trovate risposte adeguate. Gli analisti parlano di youth bulge, “bubbone giovanile”: milioni di ragazzi disoccupati o con lavori precari e malpagati, che alimentano frustrazione e disuguaglianza. Una massa vulnerabile, facile preda di radicalizzazioni, violenze o traffici criminali. Da qui l’idea, sempre più esplicita, di “esportare manodopera” per smaltire la pressione interna: un’emigrazione incoraggiata dai governi, funzionale anche al mantenimento del potere.

Il desiderio di “uscire” diventa il grande dato geopolitico del XXI secolo. Questi giovani sono figli di nessuno, partoriti da una globalizzazione matrigna che tutto promette e nulla mantiene. Sono senza paternità né guida, orfani anche delle famiglie tradizionali, spazzati via dall’urbanizzazione e dalla modernità. Quando si ribellano, spesso vengono raggirati: dal Sudan al Sahel, fino al Madagascar, cacciano leader corrotti per poi farsi scippare il potere dai militari. È un ‘68 africano che non riesce a cambiare nulla: rivolte senza rivoluzione, speranze infrante. La democrazia resta un miraggio. Nelle megalopoli la vita è sopravvivenza, e le sette che predicano la teologia della prosperità diffondono una mentalità privatistica in cui tutto si compra, anche la salvezza. È un mondo dove il successo individuale sostituisce il bene comune. Come osserva Jean-Léonard Touadi, i giovani africani vivono un “doppio abbandono”: da parte dei loro governi, che li temono, e del resto del mondo, che li respinge. Si sentono maledetti nella propria terra e reagiscono con un’energia disperata: imparano a essere aggressivi, determinati, meno mansueti dei loro genitori. La loro rabbia è un modo di restare vivi.

Nelle megalopoli africane, ormai ingovernabili, la vita quotidiana è una lotta per la sopravvivenza. “Si salvi chi può” e “ci si salva da sé” sono le parole d’ordine di una società segnata dalla teologia della prosperità predicata da molte sette religiose: una dottrina che privatizza la speranza e mercifica la salvezza. Tutto si paga, nulla è gratuito. Così, la salvezza individuale si lega al rifiuto del passato – tradizionale, coloniale, postcoloniale – e anche al rigetto dello straniero.

I giovani africani si pensano soli, individui slegati da ogni appartenenza. Rivendicano il diritto di “prendersi la propria parte” nel mondo, anche forzando i confini. È una rivoluzione antropologica compiuta: il modello non è più la famiglia, il clan, la nazione o il continente, ma l’individuo o la folla, la moltitudine. Per la nuova intellighenzia africana, il continente non è più “nero” ma “grigio”: è svanita l’Africa romantica che sognava un destino comune fondato sull’ubuntu, il senso di comunità.

Resta un’Africa delusa e sterile, che tra corruzione e violenza non ha saputo amare i propri figli, e ora ne subisce il rifiuto. È questa la vera frattura: una rottura sentimentale con sé stessi e con la propria terra. Anche la cacciata dei francesi dal Sahel cela il desiderio di riappropriarsi del proprio destino, di riamare una patria che ha smesso di accogliere. Ma per ora domina lo spaesamento. Questi giovani, cresciuti nel flusso caotico della globalizzazione, cercano solo di emergere, di esistere, di vincere.
È con loro – con questa generazione inquieta e impaziente – che l’Occidente dovrà presto fare i conti.

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