di Mario Giro
Nel suo piccolo, è esistito un colonialismo nostrano, e con pagine agghiaccianti. Ma per le sue dimensioni e per la sua fine anticipata rispetto ai grandi colonialismi, l’Italia è andata poi inventandosi un modo suo di rapportarsi con la Nuova Africa che nasceva
Esiste un filo tra le varie politiche italiane in Africa dal fascismo a oggi: l’Italia si presenta spesso come “un altro Occidente” o “un’altra Europa”. È l’anomalia italiana di cui scrive bene Paolo Borruso nel suo L’Italia e l’Africa. Strategie e visioni dell’età postcoloniale (Laterza). L’anomalia nasce con la fase vittimista della «vittoria mutilata» del post-Grande Guerra, confermata dal fascismo con la ricerca di «un posto al sole» per «la grande proletaria». In sostanza l’Italia si sentiva defraudata dalle grandi potenze coloniali e pretendeva il suo spazio alla pari con Francia e Gran Bretagna. Ma il colonialismo italiano fu piccola cosa. Nel 1940 c’erano circa 300.000 italiani in tutta l’Africa orientale, mentre la sola Algeria contava più di 830.000 francesi già negli anni Venti. Piccola cosa eppure micidiale, come testimoniano gli orrori tra cui spicca il massacro di Debre Libanos, quando il generale Rodolfo Graziani ordinò lo sterminio di migliaia di seminaristi adolescenti della Chiesa ortodossa tewaedo.

Per questo dopo la Seconda guerra mondiale calò un silenzio imbarazzato sulla nostra vicenda coloniale. Solo in certi ambienti si continuò a celebrare l’eroismo dei nostri soldati (in Eritrea, per esempio, o ad El Alamein, il cui sacrario fu inaugurato da Fanfani nel 1959). Ci fu una forma di ritorno della retorica eurafricana, riveduta e corretta: un’Eurafrica legata alla nascita della Comunità Europea. Da quel momento, l’Italia vive la sua relazione con l’Africa allo specchio degli altri Paesi europei, soprattutto della Francia. La disfatta in Indocina e la guerra d’Algeria trovarono da noi una sicura eco e lo stesso Fanfani permise l’aiuto all’Fln algerino. Dal canto suo Giorgio La Pira costruiva i dialoghi mediterranei e africani in alternativa alla polemica coloniale, in parallelo con Enrico Mattei che intesseva relazioni economiche energetiche paritarie.
La necessità di reinventare il rapporto Italia-Africa diede alla luce la “formula Mattei”: anticolonialismo come strategia e relazioni win-win (che l’attuale Piano Mattei cerca di ricalcare). In tale clima, nel 1959 si svolse a Roma un congresso degli intellettuali neri. Vi parteciparono personalità come Léopold Sédar Senghor, Aimé Cesaire, Alioune Diop, Cheikh Anta Diop, Mongo Beti e Frantz Fanon. È un momento importante, che l’Italia non coglie pienamente: i partecipanti non vengono ricevuti ad alto livello politico ma solo da Giovanni XXIII, che significativamente dice loro che «la Chiesa non si identifica con nessuna cultura, neanche con la cultura occidentale».
Va ricordato il ruolo della Chiesa cattolica, che cercò una via originale e fu rapida a sostenere la decolonizzazione. Venne promossa una gerarchia ecclesiastica africana. Papa Montini costruì una vera strategia, delineando i contenuti di una “predilezione africana” in linea con quanto scritto nella Populorum progressio. Nel 1961, la strage di Kindu (13 aviatori italiani sotto bandiera Onu uccisi in Congo) fece riscoprire l’Africa alla società italiana. I partiti (Dc, Pci, Psi) ebbero una loro politica africana, intendo molte relazioni personali con i Paesi indipendenti. L’Italia aderisce a un’idea di Africa “padrona di sé stessa”. C’è anche il sostegno del Pci alle lotte di liberazione, che la Dc non ostacola. Questo permette al Paese di tentare l’intermediazione in certe crisi (come nel Biafra per la liberazione dei tecnici Eni rapiti nel 1969) e di ospitare conferenze per la decolonizzazione dei Paesi lusofoni malgrado l’ostilità di Lisbona. Sant’Egidio prosegue tale tradizione fino ad oggi. L’anomalia italiana non è più coloniale ma nemmeno neo-imperiale (come Usa/Urss o certe ex potenze coloniali). Il leitmotiv è la cooperazione e la solidarietà terzomondista. Borruso individua nel 1989 uno spartiacque: termina la Guerra Fredda e finisce il terzomondismo, e inizia la fase delle migrazioni di massa. L’Africa diventa un “problema”. Ma questa è un’altra storia.



