Ingerenze straniere e crisi alimentare, il Sudan al collasso

di claudia

di Andrea Spinelli Barrile

Il ruolo degli Emirati arabi uniti nella guerra sudanese arriva sul tavolo di Washington con la visita di bin Salman. Intanto la crisi umanitaria esplode: quasi metà della popolazione è in grave insicurezza alimentare.

Per il Consiglio sovrano sudanese ad interim, l’organismo guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, che è anche il capo dell’esercito sudanese, non è sufficiente che gli Stati uniti denuncino l’ingerenza straniera nel tragico conflitto in corso nel Paese, ma devono anche fermare “l’ingerenza di Abu Dhabi” nella guerra. Il 18 novembre, il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman sarà a Washington e incontrerà Donald Trump e uno degli argomenti centrali di questo viaggio di bin Salman negli Usa è proprio il Sudan e il ruolo degli Emirati arabi uniti, che anche l’Arabia saudita starebbe cercando di contrastare.

Tuttavia, secondo il Middle east eye, si prevede che il principe ereditario saudita farà pressioni sul presidente americano in merito al sostegno emiratino al gruppo paramilitare delle Forze di supporto rapido (Rsf) in Sudan. Gli Emirati arabi uniti hanno sostenuto le Rsf durante tutta la guerra, utilizzando linee di rifornimento che attraversano la Libia sudorientale, il Ciad e, il porto di Bosaso, sulla costa somala del Puntland. Abu Dhabi continua a negare le accuse ma la situazione è ormai un vero e proprio segreto di Pulcinella: la scorsa settimana c’è stata una telefonata tra bin Salman e Burhan, in cui il generale ha detto al principe ereditario che la guerra in Sudan non finirà mai senza la pressione degli Stati uniti sugli Emirati arabi uniti e bin Salman ha promesso a Burhan che avrebbe sollevato la questione con Trump: il principe ereditario infatti “vede l’opportunità di creare una frattura tra Trump e Mohammed bin Zayed al Nahyan”, ha detto a Middle east eye un funzionario occidentale a conoscenza dei piani per discutere del Sudan, riferendosi al presidente degli Eau.

Parlando in una conferenza stampa a Washington, il Segretario di stato americano Marco Rubio ha detto ai giornalisti che gli Usa hanno tutta l’intenzione di fare pressioni, ma non ha specificato su chi: “Il nostro problema più grande in questo momento, non isolato, ma va sottolineato, è ciò che Rsf ha fatto nelle ultime settimane. Non hanno alcuna capacità produttiva: qualcuno sta dando loro soldi, armi e tutto passa attraverso un determinato Paese. Sappiamo chi è, e parleremo con loro di questo e chiariremo che questo avrà un impatto negativo su di loro e sul mondo intero” ha detto Rubio, aggiungendo che gli Stati uniti continuano a collaborare con Egitto, Arabia saudita ed Emirati arabi uniti per raggiungere un cessate il fuoco in Sudan.

Abdel Fattah al-Burhan

Nel frattempo, venerdì mattina, le Nazioni unite hanno lanciato l’ennesimo allarme: oltre 21 milioni di persone in Sudan, pari al 45% dell’intera popolazione del Paese, stanno affrontando una grave insicurezza alimentare, dopo oltre due anni e mezzo di conflitto. Il portavoce delle Nazioni unite Stéphane Dujarric ha detto ai giornalisti che il Programma alimentare mondiale (Pam) ha confermato la carestia nelle città di El Fasher e Kadugli, entrambe in gran parte tagliate fuori dagli aiuti umanitari.

Dujarric ha sottolineato però anche il successo degli aiuti umanitari continui in altre aree, osservando che in nove località in cui il Pam ha mantenuto un accesso costante, “le condizioni simili alla carestia si sono invertite”: attualmente l’agenzia raggiunge ogni mese oltre quattro milioni di persone con cibo di emergenza, denaro e supporto nutrizionale in diversi stati, tra cui Darfur, Kordofan, Khartoum e Al Jazira ma, con maggiori risorse, potrebbe raddoppiare la sua portata mensile fino a otto milioni di persone e ridurre ulteriormente il rischio che la carestia si diffonda nelle aree più colpite. In alcune aree del Paese, circa 3 milioni di persone sono riuscite a tornare nelle loro case ma questo dato restituisce più la complessità sul campo che una buona notizia: mentre alcune aree sembrano, faticosamente, lentamente e mai completamente, tornare a una situazione di pace. Anche perché in altre aree la situazione sembra aggravarsi: centinaia di persone arrivano ogni giorno a Tawila, nel Darfur settentrionale, nonostante l’aggravarsi della crisi umanitaria.

Nei giorni scorsi, un leader della comunità degli sfollati interni, ha detto al Sudan tribune che Tawila, situata a circa 60 km a ovest di El Fasher, è diventata un rifugio per 655.000 sfollati, la maggior parte dei quali è fuggita da El Fasher stessa. Attualmente, solo il 21% di questi individui è ospitato in campi formali, mentre il 74% vive in insediamenti informali e luoghi di ritrovo all’aperto. Dal 10 ottobre Tawila ha accolto oltre 17.355 famiglie, mettendo ulteriormente a dura prova le risorse disponibili: l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha dichiarato in un rapporto pubblicato il 29 ottobre che il 98% delle famiglie di Tawila non dispone di materiali per dormire come coperte, materassi e zanzariere, e l’86% degli sfollati interni di Tawila è esposto a un consumo alimentare inadeguato e il 30% dei bambini sotto i cinque anni è magro o non cresce bene.

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