Superare diffidenza e paura attraverso un progetto di sviluppo agricolo che vede impegnati, fianco a fianco, rifugiati e comunità ospitante: è quanto è avvenuto nel distretto di Gatsibo, nella Provincia orientale del Ruanda, dove si trova il campo profughi di Nyabiheke, che conta circa 12.000 rifugiati e richiedenti asilo provenienti soprattutto dalla Repubblica democratica del Congo (Rdc). Come racconta il quotidiano ruandese The New Times, nel 2022 rifugiati e abitanti locali hanno dato vita alla cooperativa Codega con il sostegno del governo di Kigali e dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che hanno messo a disposizione terra e formazione per aumentare i mezzi di sussistenza della comunità locale.
«Oggi siamo 446 soci, di cui 222 rifugiati – ha raccontato il presidente della cooperativa, Samuel Nsanzabahizi – coltiviamo soia e mais e raccogliamo 5,1 tonnellate di mais per ettaro. Il nostro raccolto totale è compreso tra 120 e 140 tonnellate ogni stagione». Una produzione che ha consentito ai membri della cooperativa di passare dalla dipendenza dagli aiuti all’autosufficienza.
Un residente che vive vicino al campo di Nyabiheke, Felicite Nyiraneza, ha sottolineato come il progetto non abbia solo migliorato le condizioni di vita, ma anche creato fiducia: «Abbiamo buoni rapporti con i rifugiati perché ogni membro ha due ettari da coltivare. Abbiamo anche gruppi di risparmio e credito e forniamo supporto a chiunque si trovi in difficoltà».
La cooperativa gestisce infatti meccanismi di risparmio che permettono ai soci di depositare i guadagni dopo il raccolto e di condividerli, consentendo alle famiglie di diversificare i propri mezzi di sussistenza. «Ho raccolto 300 chilogrammi di mais la scorsa stagione, anche se la stagione secca ha influito sulla produzione – ha spiegato Nyiraneza – i soldi che ho guadagnato mi hanno aiutato ad acquistare attrezzature per la mia attività di sartoria, che sostiene la mia famiglia».
«Come rifugiati, molti di noi vivono con traumi di diversa natura – ha raccontato Innocent Mukiza al New Times – parlare delle nostre esperienze passate e immaginare un percorso di crescita personale un tempo sembrava impossibile. Ma quando ci hanno spiegato come integrarci con la comunità ospitante, abbiamo iniziato a costruire relazioni. Oggi collaboriamo efficacemente e ci sosteniamo a vicenda».
Il successo dell’iniziativa ha attirato il sostegno del progetto Jya Mbere per la realizzazione di un impianto di lavorazione del mais che, secondo gli agricoltori, aumenterà ancora la redditività della cooperativa. Secondo il presidente Nsanzabahizi, la costruzione dell’impianto è ormai completa al 90% e l’avvio delle attività avverrà una volta collegato alla corrente elettrica. La fabbrica produrrà farina di mais, consentendo ai soci di aggiungere valore al loro raccolto, stabilizzare i prezzi e aumentare sia i ricavi della cooperativa che i redditi individuali.
Oltre all’agricoltura, l’inclusione si estende ad altre attività: a Nyabiheke, una cooperativa di apicoltori riunisce 21 membri, rifugiati e cittadini, che gestiscono gli alveari e condividono i proventi della produzione di miele.
«I rifugiati hanno diritti e opportunità offerti dal Paese. Essere un rifugiato non impedisce a nessuno di svilupparsi attraverso l’agricoltura» ha detto Gonzague Karagire, responsabile del programma per i rifugiati al ministero per la Gestione delle Emergenze.



