di Fabrizio Floris
Il governo del presidente Mamady Doumbouya ordina la dissoluzione di 40 sigle politiche a pochi mesi dalle elezioni legislative. Tra accuse di deriva autoritaria e restrizioni amministrative, il Paese sembra scivolare verso un modello di pluralismo controllato che soffoca ogni reale alternativa al potere
Il 7 marzo il governo della Guinea ha ordinato lo scioglimento di 40 partiti politici, compresi i tre principali movimenti di opposizione, in una decisione che ha provocato forti critiche interne e timori di una deriva autoritaria nel paese dellāAfrica occidentale. Il provvedimento ĆØ arrivato pochi giorni dopo il ritorno del presidente Mamady Doumbouya, assente dal Paese per circa tre settimane.
Il decreto ĆØ stato giustificato con il presunto mancato rispetto degli obblighi legali previsti per i partiti politici. La decisione comporta la perdita immediata dello status legale delle organizzazioni coinvolte e il divieto di qualsiasi attivitĆ politica a loro nome. Tra le formazioni sciolte figurano i tre principali partiti di opposizione: lāUnione delle forze democratiche di Guinea (Ufdg) guidata da Cellou Dalein Diallo, il Raggruppamento del popolo guineano (Rpg), partito dellāex presidente Alpha CondĆ© e lāUnione delle forze repubblicane (Ufr) guidata da Sidya TourĆ©. Secondo il decreto, ai partiti dissolti ĆØ vietato utilizzare nomi, loghi e simboli e i loro beni possono essere posti sotto sequestro statale.
Lāombra dello “Stato-partito”
Lāopposizione ha denunciato la misura come un passo verso lāinstaurazione di un sistema politico dominato da un unico potere. Il leader dellāUfdg, Cellou Dalein Diallo, ha accusato il presidente Doumbouya di voler instaurare uno āStato-partitoā e ha invitato i cittadini a mobilitarsi contro il governo. Secondo un funzionario locale contattato dal Manifesto Ā«lo scioglimento dei partiti rappresenta lāultimo capitolo di una serie di restrizioni alle libertĆ politiche adottate dalle autoritĆ negli ultimi anniĀ». Dalla presa del potere di Doumbouya con il colpo di Stato del 2021, diversi leader dellāopposizione sono stati arrestati o costretti allāesilio.
La decisione arriva poco dopo il ritorno in Guinea del presidente la cui assenza prolungata aveva alimentato speculazioni sul suo stato di salute e sulla situazione politica interna. Doumbouya, ex leader della giunta militare salita al potere nel 2021, ĆØ stato eletto presidente nelle controverse elezioni del dicembre 2025, a cui non hanno potuto partecipare i principali leader dellāopposizione. Lo scioglimento dei partiti avviene a poche settimane dalle elezioni legislative previste per maggio 2026 e considerate un passaggio chiave nel processo politico del Paese. Organizzazioni della societĆ civile e osservatori internazionali temono che la misura possa ridurre ulteriormente lo spazio democratico in Guinea e aggravare la tensione politica nel paese, giĆ segnato da anni di instabilitĆ istituzionale.
Pluralismo formale contro competizione reale
La questione centrale ĆØ se la Guinea stia entrando in una fase assimilabile a una progressiva costruzione di un sistema a partito dominante o addirittura di partito unico. Formalmente, il pluralismo non ĆØ abolito: numerosi partiti restano legalmente autorizzati. Tuttavia, nei sistemi politici contemporanei la distinzione tra multipartitismo formale e competizione reale ĆØ decisiva. Quando le principali forze di opposizione vengono sospese, sciolte o private della possibilitĆ di agire politicamente, il sistema può mantenere una pluralitĆ nominale, ma perdere sostanzialmente la competizione democratica. Ć in questo quadro che lāaccusa lanciata dai leader dellāopposizione assume rilievo politico: secondo diversi dirigenti guineani, il Paese starebbe entrando in una fase di āStato-partitoā, espressione che richiama modelli africani del passato nei quali lāapparato statale e il gruppo dirigente si sovrappongono fino a rendere marginale ogni alternativa politica.
Un laboratorio di autoritarismo moderno
Il caso guineano presenta però caratteristiche specifiche. A differenza dei regimi storicamente monopartitici del continente africano del secondo Novecento, oggi il controllo non passa necessariamente attraverso la proclamazione esplicita di un unico partito ufficiale, ma attraverso strumenti regolatori: registrazione amministrativa, certificazioni legali, controlli sulle attivitĆ politiche, limitazioni alle manifestazioni pubbliche e restrizioni ai leader politici in esilio. In questo senso, il potere può ridurre il pluralismo senza abolirlo formalmente. Dal colpo di Stato del 2021, con cui Doumbouya ha rovesciato Alpha CondĆ©, la Guinea vive una transizione che avrebbe dovuto portare a una normalizzazione istituzionale. Tuttavia, negli ultimi anni il calendario elettorale ĆØ stato progressivamente ridefinito, mentre la capacitĆ dellāopposizione di mobilitarsi si ĆØ ridotta. La dissoluzione dei partiti arriva dunque in una fase in cui il controllo del potere appare giĆ fortemente centralizzato.
La questione decisiva riguarda ora il futuro elettorale del Paese: se i partiti sciolti non potranno riorganizzarsi rapidamente o se nuove formazioni politiche saranno sottoposte a condizioni selettive, il rischio è che le future consultazioni si svolgano in un ambiente formalmente pluralista ma sostanzialmente privo di reale competizione. Più che verso un partito unico classico, la Guinea sembra quindi orientarsi verso un modello di pluralismo controllato, nel quale il potere centrale seleziona gli attori ammessi alla competizione. In molti contesti africani contemporanei questo tipo di configurazione si è rivelato politicamente stabile nel breve periodo, ma spesso fragile nel medio termine, perché produce una crescente distanza tra legalità istituzionale e legittimità politica.
La domanda non ĆØ quindi soltanto se la Guinea stia andando verso il partito unico, ma se il sistema che si sta costruendo lasci ancora spazio a una vera alternanza politica. Ed ĆØ proprio su questo terreno che si misurerĆ la natura del potere di Doumbouya nei prossimi mesi. In unāAfrica occidentale segnata dalla crescita dei regimi militari, il caso guineano potrebbe diventare uno dei laboratori più significativi di ridefinizione autoritaria del pluralismo politico.



