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Edizione del 27/07/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    CONTINENTE VEROEditoriale

    Il grido tradito: l’Europa volta le spalle ai giovani africani

    di Tommaso Meo 1 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Marco Trovato – Direttore editoriale di Africa Rivista

    Determinati e consapevoli, i giovani africani incarnano oggi la speranza e la coscienza civile di un intero continente. A mani nude scendono in piazza contro regimi armati fino ai denti, sfidando leggi d’emergenza, coprifuoco, arresti arbitrari. Protestano contro la corruzione, contro Costituzioni piegate al capriccio dei presidenti, contro elezioni ridotte a rituali vuoti. Urlano la loro rabbia in faccia alle forze dell’ordine, spesso veri e propri plotoni di esecuzione con l’ordine di sparare ad altezza d’uomo. Ma quel grido resta sospeso nell’aria. Un urlo spezzato, senza eco in Europa. Nelle piazze come nei palazzi della politica.

    «È un grido che non interessa più il nostro continente», mi ha confidato con amara lucidità un funzionario dell’Unione Europea, con decenni di esperienza in Africa. «Sono rimasti soli davanti alla politica del bunduki, del fucile». Perché, al di là degli annunci roboanti di Bruxelles su nuovi investimenti e rinnovata attenzione all’Africa, la realtà è un’altra: disimpegno diplomatico, cooperazione ridimensionata, ambasciate svuotate. La priorità, si dice, è altrove.

    Questa Europa che abbandona i giovani africani al loro destino – persino cancellandoli dalla propria narrazione politica – resta però disposta a fare affari con i tiranni che li reprimono. Una contraddizione non nuova ma oggi sempre più cinica, e sempre più evidente a una generazione digitalizzata, connessa, informata. «La classe dirigente europea, in fondo, disprezza i giovani africani», si è sfogato lo stesso rappresentante comunitario. «Li evoca quasi esclusivamente come una minaccia e non ha tempo né attenzione per i loro destini».

    Nemmeno di fronte ai drammatici numeri della repressione post-elettorale in Tanzania – più di tremila morti secondo stime indipendenti – l’Unione Europea è stata capace di parlare con una sola voce. Il Parlamento ha chiesto la sospensione degli aiuti; la Commissione ha preferito il «dialogo continuo» per non urtare i governanti di Dodoma. In Uganda, Yoweri Museveni a gennaio è stato rieletto per la settima volta dopo aver smantellato ogni limite costituzionale, in elezioni segnate da blackout di internet, arresti di oppositori e accuse di brogli. La risposta europea? Un comunicato tiepido, intriso di rammarico e richiami alla moderazione, che ribadisce l’importanza di una «partnership di lunga data».

    Stesso copione in Camerun e Costa d’Avorio. A Yaoundé, Paul Biya, 92 anni, al potere dal 1982, si è visto confermare presidente tra repressioni e arresti. Ad Abidjan, Alassane Ouattara si è assicurato un quarto mandato tra contestazioni soffocate e risultati elettorali inverosimili. In entrambi i casi, silenzio europeo. Un silenzio tutt’altro che neutrale, perché coincide con la tutela di interessi ben precisi: risorse strategiche, basi militari, accordi commerciali, reti d’influenza francesi che continuano a strutturare la “Françafrique”.

    La frode elettorale sistemica è ormai la regola, non l’eccezione. E la retorica democratica occidentale si sgretola ogni volta che entra in conflitto con la stabilità utile agli affari. I regimi che reprimono le libertà fondamentali vengono tollerati se guidati da leader “amici”. L’esempio più eclatante è il Rwanda: nel 2024 Paul Kagame ha vinto le presidenziali con il 99,15% dei voti e dalle capitali europee sono arrivate congratulazioni a raffica. Non una parola sulla sistematica soppressione del dissenso. Pochi mesi prima, con percentuali inferiori, Vladimir Putin veniva additato a esempioAbidjan, Alassane Ouattaradi elezioni farsa.

    Al contrario, l’intransigenza diventa assoluta con i regimi che hanno osato rompere con l’Occidente, come nel Sahel. Qui le sanzioni fioccano, i principi vengono improvvisamente riscoperti e sbandierati. Souleymane, amico e attivista di Ouagadougou, riassume senza giri di parole: «Ricordo quando l’ex presidente Compaoré ci faceva incarcerare come dissidenti e veniva accolto in pompa magna nelle capitali europee. Ricordo una giustizia internazionale inflessibile con gli africani e cieca davanti ai crimini dei bianchi. In questi anni l’Occidente ha disintegrato il diritto internazionale e picconato i valori democratici. Gli stessi valori che oggi pretende di imporci».

    È questo il tradimento europeo nei confronti dei giovani africani: chiedere democrazia senza praticarla, invocare diritti mentre si stringono mani sporche di sangue, predicare valori universali applicandoli a geometria variabile. Un tradimento che alimenta disillusione, rabbia e una frattura sempre più profonda tra un’Africa che chiede cambiamento e un Occidente che sceglie di non ascoltare.

    EDITORIALE DEL NUMERO DI MARZO-APRILE 2026 DELLA RIVISTA AFRICA

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    1 Marzo 2026 0 commentI
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